LODOVICA BULIAN – GIUSEPPE
GUASTELLA, ‘IL PECCATO DI EVA’ (FUORISCENA, 240 pp, 17,50 euro).
Erano le prime luci del giorno, il 9 dicembre 2022, quando gli
agenti bussarono alla porta di Eva Kaili e Francesco Giorgi a
Bruxelles. Le accuse erano “un teorema, non un’inchiesta”,
denuncerà poi l’ex vicepresidente del Parlamento europeo,
evocando il blitz della polizia belga che travolse lei e il
compagno, segnando l’inizio del Qatargate. In poche ore, le
immagini delle valigie colme di contanti e delle perquisizioni
negli appartamenti di altri nomi illustri della vita politica
europea fecero il giro del mondo, trasformando un’indagine
giudiziaria in un caso mediatico di portata internazionale.
Da quell’alba brussellese nasce ‘Il peccato di Eva’, il libro
di Lodovica Bulian e Giuseppe Guastella edito da Fuoriscena:
presentato il 26 settembre alla Fondazione Corriere della Sera,
a Milano, con Eva Kaili tra gli ospiti, è già sugli scaffali in
tutta Italia e presto approderà anche a Bruxelles. Bulian,
inviata di Quarta Repubblica e collaboratrice de Il Giornale, e
Guastella, firma del Corriere della Sera, ricompongono
l’inchiesta passo dopo passo – “una spy story, un giallo dagli
scenari internazionali e soprattutto la storia vera, ma
incredibile, di uno scandalo”, o presunto tale – restituendone
il respiro da noir politico. Una trama che non avrebbe bisogno
di sceneggiatori: “Impossibile – scrivono – trovare una vicenda
e dei protagonisti tanto mediaticamente forti quanto lo sono
l’affascinante Eva Kaili e suo marito Francesco Giorgi”.
Al centro della scena si staglia la figura dell’ex
eurodeputato Antonio Panzeri, fondatore della ong Fight
Impunity, immerso in rapporti con Doha e Rabat e ritenuto il
vero demiurgo della presunta trama di corruzione. Da tempo era
seguito ovunque dagli 007 belgi, forse dopo una soffiata giunta
da un Paese arabo rivale del Qatar. Attorno all’ex sindacalista
lombardo si stratificano dossier, intercettazioni, colloqui
riservati con lobbisti internazionali. Finché la vicenda non si
cristallizza nell’immagine più potente: quelle valigie rigonfie
di banconote, destinate a diventare l’icona stessa del
Qatargate.
Ma dietro la forza simbolica delle foto resta l’enigma delle
evidenze. “A oggi – ricordano Bulian e Guastella – le prove
della presunta corruzione non sono state trovate e le accuse si
basano sulla confessione dello stesso Panzeri”. Un pentimento
che – nel sistema belga di impronta inquisitoria – gli ha
garantito di patteggiare una pena di un anno, già scontata tra
la cella del carcere di Saint-Gilles e i domiciliari. Una scelta
che rappresenta insieme il cardine e la crepa dell’intera
architettura giudiziaria: se la versione del pentito Panzeri –
ora oggetto di un riesame – dovesse rivelarsi infondata,
“l’inchiesta crollerebbe”.
Nel racconto si affaccia anche il giudice-sceriffo Michel
Claise, “un celebrato istruttore a pochi mesi dalla pensione,
che ambisce a un futuro in politica”: è lui a raccogliere indizi
e sospetti e a comporli in un grande affresco di maxi-corruzione
internazionale, salvo poi essere costretto a lasciare per un
sospetto conflitto d’interessi che coinvolge il figlio. Le
conseguenze però si sono abbattute con forza sulle vite degli
indagati. “Sono state distrutte storie e carriere politiche”,
annotano gli autori, ricordando che Kaili e Giorgi – al pari
degli altri sospettati – hanno conosciuto il carcere, la loro
bambina di due anni è rimasta travolta nel vortice mediatico e
la stessa credibilità del Parlamento europeo è stata messa in
discussione. Questo il paradosso su cui corre il racconto: uno
scandalo che avrebbe dovuto far tremare l’intera Ue ancora
sospeso invece alle soglie delle indagini preliminari.
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