Giusto licenziare il dipendente che ha insultato il capo. Lo dice la Corte di Cassazione, ultimo grado di giudizio in una vicenda che risale al 2018. «Leccac…» è l’insulto rivolto al suo capo da una dipendente che aveva ritenuto inopportuno l’incarico che le era stato affidato. Fu licenziata immediatamente per giusta causa dall’Aias, Associazione italiana assistenza spastici, e subito impugnò il provvedimento. In primo grado le è stata data ragione, non nei gradi successivi fino alla Cassazione che ribadisce le conclusioni già stabilite dalla Corte d’Appello di Catania sulla legittimità del licenziamento.
Nella sentenza della Cassazione dello scorso luglio, riporta Il Messaggero, si legge che era stata qualificata «di “notevole gravità” la condotta della dipendente che si era rivolta al suo superiore gerarchico utilizzando un epiteto volgare, in un contesto di dissenso rispetto a una direttiva impartita, ritenendo tale espressione indice di insubordinazione». Lo aveva anche fatto in presenza di una collega, dimostrando «un atteggiamento di sfida e disprezzo verso l’autorità».
Il Tribunale di Catania aveva accolto in un primo tempo il ricorso della dipendente, «ritenendo il licenziamento illegittimo in quanto sproporzionato, dovendosi ricondurre il fatto contestato tra quelli punibili con una sanzione conservativa». Aveva avuto il reintegro e il pagamento di 12 mensilità.
In Appello la sentenza era stata riformata. «Il fatto contestato ed accertato integra la giusta causa di licenziamento», ai sensi dell’articolo 32 del contratto collettivo nazionale Aias, sia per «litigi di particolare gravità, ingiurie, risse sul luogo di lavoro», sia per «grave insubordinazione».
La Cassazione «ha valutato la gravità intrinseca dell’epiteto rivolto a un superiore gerarchico, non come mero “alterco o diverbio” ma come insubordinazione qualificata dall’ingiuria e dal rifiuto di adempiere a una direttiva. Specie considerato il contesto in cui è stato pronunciato, ossia in presenza di un’altra dipendente, che ne accentua la gravità e la platealità, e la sussistenza di un atteggiamento di sfida e disprezzo verso l’autorità”».

