(di Francesco Gallo)
“È tratto liberamente dalla mia
biografia e racconta la mia passione, la mia totale dedizione al
lavoro, senza ritegno, senza pudore. È la cosa più importante
della mia vita, non l’ho mai tradito”. Così Alessandro Haber –
protagonista dello spettacolo ‘Volevo essere Marlon Brando’, con
la regia e la drammaturgia di Giancarlo Nicoletti alla Sala
Umberto di Roma dal 18 novembre e dal 27 al Politeama Rossetti
di Trieste – si racconta all’ANSA tra talento, amicizia, donne,
depressione e politica.
Chi è mai Gigi Baggini di cui parla nello spettacolo e che dà
il sottotitolo al libro?
“È un personaggio interpretato da Ugo Tognazzi in maniera
geniale in ‘Io la conoscevo bene’ di Pietrangeli. Ovvero un
attore fallito costretto a esibirsi, a essere sfottuto da Enrico
Maria Salerno e dalla sua cricca. E lui, con la speranza di
ottenere una parte, di coronare un sogno che da anni aspetta, si
esibisce. Quando ho visto questo film mi è rimasto dentro questo
personaggio perché non capivo dove finiva il personaggio e
iniziava l’attore. Mi sono detto: forse diventerò anch’io così.
Da allora me lo porto sempre accanto – dice ancora Haber nato a
Bologna 78 anni fa -, cercando di riscattarlo anche grazie a un
talento che qualcuno mi ha donato. E questo spettacolo che
faccio ora è un po’ una terapia, è come se ripassassi la mia
vita”.
Ha avuto mai problemi per il suo carattere? “All’inizio sì,
perché ero strabordante. Avevo solo voglia di mettermi in gioco.
Bloccavo la gente per strada, facevo la posta ai registi, ma poi
ho capito che era solo voglia di esprimermi. E ce l’ho fatta:
sei film con Monicelli e altrettanti con Avati, non è certo roba
da ridere. Sì certo ho litigato, ma quando litigo è per
costruire, non per distruggere”.
Come si definirebbe come attore?
“Minimalista e non trasformista come Gian Maria Volonté. Ci sono
due tipi di attori: i trasformisti, come lui – che era un genio
– e gli intimisti come me. Se vai a vedere le cose che ho fatto,
sono sempre credibile”.
La politica quanto pesa nello spettacolo? “Io la aborro,
perché non si capisce più dov’è la destra, dov’è la sinistra.
Non c’è più un personaggio carismatico che mi aiuti a votarlo,
non c’è più Berlinguer. Quanto alla politica nello spettacolo,
lavora gente di destra e di sinistra. L’arte non ha appartenenza
politica, è universale, appartiene a tutti. Se uno di destra,
anche se fascista, diventa un grande pittore, lo ammiro come
pittore. Non è che perché è fascista mi fa schifo la sua
pittura”.
Le donne: quanto sono state importanti nella tua vita? “Sono
state fondamentali. Ho avuto tante storie: alcune da innamorato,
altre solo avventure, come capita a tutti. Ho avuto anche una
figlia (Celeste nata nel 2004, ndr), che ora ha ventuno anni. Le
donne sono il mio porto, però fra amicizia e amore, tengo più
all’amicizia, perché una donna è quasi prevedibile che, prima o
poi, tradisca. Ma se ti tradisce è un casino, mi viene in mente
Giuda”.
Come vede i ragazzi di oggi? “Non ci si guarda più, non ci si
abbraccia più. Sono tutti col telefonino in mano. Una sera
tornavo da una serata e in un vicolo su un muretto c’erano
sette, otto ragazze di sedici anni, tutte con la testa bassa,
col telefonino. Mi sono fermato davanti a loro e ho fatto un
applauso e ho detto: “Ma che cazzo fate? Sono dieci ore che
state tutte con la testa bassa!”.
Carmelo Bene? “Era un genio, una volta mi disse che stava
pensando a uno spettacolo a due personaggi: lui Don Chisciotte e
io Sancho Panza. Stava scrivendo pensando a me, ma poi non si
fece nulla, peccato”.
Soffre di depressione? “Ogni tanto sì. È un paio d’anni che
ci combatto. Specialmente la mattina faccio fatica ad alzarmi,
dico: mi alzo o non mi alzo? Prendo una cosa leggera che mi
aiuta. Ma quando parlo con qualcuno come adesso torno vivo”.
Di cosa ha più paura adesso? “Ho paura di andare via, di
lasciare. È un sentimento che provo spesso, come se accarezzassi
le cose e le guardassi per l’ultima volta. Mi capita di tornare
in un luogo e pensare: chissà se lo vedrò ancora”.
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