Novanta operai italiani trasferiti a Kragujevac per tenere accese le linee di produzione: salari raddoppiati, ma insieme a spagnoli, marocchini e nepalesi creano una Torre di Babele industriale dove i lavoratori locali guadagnano la metà. Benvenuti nella delocalizzazione 2.0: non si spostano le fabbriche, si spostano le persone.
La nuova frontiera del lavoro secondo Stellantis? Un biglietto di sola andata per la Serbia. Mentre in Italia si discute di crisi dell’automotive e stabilimenti a rischio, circa 90 operai italiani hanno fatto le valigie destinazione Kragujevac, dove il colosso automobilistico ha deciso di concentrare parte della produzione. La proposta? Allettante sulla carta: stipendi più alti in cambio di una trasferta temporanea. Ma quanto temporanea, nessuno lo sa con certezza.
Stabilimento di Kragujevac
ANSA.it/ANDREJ CUKIC
La carovana multinazionale di Stellantis
Non sono soli, gli italiani. A Kragujevac si è creata una vera e propria torre di Babele industriale: spagnoli, marocchini, nepalesi. Un esercito di lavoratori sparsi per il mondo che hanno accettato di trasferirsi in Serbia per tenere accese le linee di produzione. Alcuni operai italiani arrivano addirittura da Atessa, in Abruzzo, lasciando casa e famiglia per inseguire un contratto migliore dall’altra parte dell’Adriatico.
Operai da tutto il mondo
ANSA.it/ANDREJ CUKIC
Il paradosso degli stipendi: operai di serie A e serie B
Ecco dove la situazione si fa interessante, o imbarazzante, a seconda dei punti di vista. Gli operai italiani guadagnano il doppio rispetto ai colleghi serbi, che lavorano fianco a fianco nelle stesse linee di montaggio. Stessa fabbrica, stesso lavoro, stipendi diametralmente opposti. Un esperimento sociale che farebbe la gioia dei sociologi del lavoro e l’incubo dei sindacalisti.
Quando “temporaneo” diventa la nuova normalità
La parola chiave è “temporaneo“. Stellantis ha venduto la trasferta come una soluzione provvisoria, ma chi conosce le dinamiche dell’industria automobilistica sa che il temporaneo può facilmente trasformarsi in permanente. Gli operai hanno accettato, attirati da stipendi più sostanziosi, ma a quale costo? Lontani da casa, in un paese straniero, con la costante incertezza del domani.
Geniale, se vogliamo dirla tutta. Invece di chiudere gli stabilimenti italiani e aprirne di nuovi in Serbia, con tutto il carico di polemiche che ne deriverebbe, Stellantis ha trovato la quadratura del cerchio: mantiene per ora le fabbriche in Italia e manda i lavoratori dove costa meno produrre.
Il futuro dell’automotive è nomade?
Questa vicenda solleva interrogativi scomodi sul futuro del lavoro nell’industria automobilistica europea. Siamo di fronte a un nuovo modello, dove gli operai diventano una sorta di contractors nomadi, pronti a spostarsi dove l’azienda decide di produrre? E cosa succederà quando anche in Serbia i costi saliranno?
Per ora, gli operai italiani a Kragujevac incassano stipendi migliori e probabilmente raccontano a casa di una Serbia sorprendentemente accogliente. Ma resta il sapore amaro di un’industria che preferisce spostare le persone piuttosto che investire nei territori.
Benvenuti nel futuro dell’automotive: globalizzato, temporaneo e sempre un po’ precario. Valigia sempre pronta consigliata.

