(di Francesca Pierleoni)
C’è sempre “una rivoluzione nel
cinema da qualche parte del mondo, c’è sempre qualcuno che fa
qualcosa di diverso. L’arte e gli artisti devono ribellarsi allo
status quo. Questo poi è un momento della storia in cui
quest’esigenza la senti particolarmente. Nel mondo moderno sono
tante e tali le pressioni al conformismo e le pressioni
commerciali, che c’è sempre molto contro cui ribellarsi”. Parola
di Richard Linklater una delle voci più originali da quasi 35
anni del cinema al di fuori degli schemi hollywoodiani, arrivato
alla Festa del cinema di Roma per ricevere il premio alla
Carriera, essere protagonista di un incontro col pubblico, e
presentare Nouvelle Vague, viaggio nella realizzazione del
debutto alla regia di uno dei simboli della Nouvelle vague
Jean-Luc Godard, Fino all’ultimo respiro.
Il film che ha nel cast, Guillaume Marbeck, Zoey Deutch,
Aubry Dullin, Adrien Rouyard, Antoine Besson, Jodie Ruth, aveva
debuttato a Cannes e sarà nelle sale con Lucky Red e Bim nei
primi mesi del 2026. Linklater traccia un dietro le quinte in
bianco e nero tra vita e cinema raccontando come è nato quel
capolavoro, tra dubbi, difficoltà, scelte nette e genialità. Un
viaggio all’interno del terremoto nella settima arte che stava
portando la new wave francese in quegli anni. “C’era un grande
fermento nel cinema in molte parti del mondo in quegli anni,
anche negli Stati Uniti, ma sicuramente Parigi ne era il fulcro.
C’era una tale concentrazione di registi e film.. loro poi
avevano i Cahiers du Cinema come base, Sembrava l’atmosfera
migliore per esprimere l’amore per il cinema, oltretutto in
questo senso erano ottimi venditori di se stessi. Godard poi “è
così diverso: c’è una rivoluzione in corso nell’aria, ma
soprattutto in quest’uomo. Lo si può vedere nel modo in cui crea
il suo linguaggio cinematografico”. Sugli autori “della mia
generazione e di quelle successive alla mia, ha sempre avuto
un’influenza così vasta da diventare parte del linguaggio del
cinema indipendente e del cinema più personale. Per me, si
tratta sempre di libertà di espressione. Sentire che puoi fare
un film su qualsiasi cosa, qualsiasi argomento, anche il più
intimo, senza porti limiti”.
Linklater, classe 1960, ha esplorato i generi e le forme
cinematografiche. dalla storia d’amicizia e d’amore nella Before
trilogy con Ethan Hawke e Julie Delpy, (Prima dell’alba, Before
Sunset – Prima del tramonto e Before Midnight ) al distopico A
scanner Darkly, senza aver mai avuto paura di sperimentare più
piani di realtà, come in Waking life o di tempo, come in
Boyhood, creato girando la storia nell’arco di 12 anni. Una
forma di racconto che sta portando avanti anche nel realizzare
l’adattamento del musical di Stephen Sondheim Merrily we roll
along, che ha iniziato a girare nel 2019. “Non credo che le
cose siano cambiate molto negli ultimi 65 anni per il cinema
indipendente. Non ci sono soldi, si combattono le stesse
battaglie. Quello che è cambiato molto è la distribuzione. Visti
i progressi della tecnologia forse questo è il momento migliore
per un regista agli esordi ma si vive anche la massima sfida per
fare vedere il proprio film, per far arrivare quello che crei al
pubblico”.
Oltre a Nouvelle vague, Linklater ha in uscita anche Blue
Moon (ha debuttato alla Berlinale), sul compositore e paroliere
Lorenz Hart (Ethan Hawke). “Lì racconto la parte finale di una
vita d’artista, qui l’inizio, che generalmente è più divertente,
più ottimista” commenta sorridendo. A guidarlo nelle scelte dei
progetti da realizzare “non penso mai in termini di carriera, di
percorso. In genere c’è una storia che mi ossessiona e quindi
cerco semplicemente di fare quel film, e spesso ci vuole molto
tempo per ottenere i finanziamenti e il supporto. Ho sempre
arrancato in questi 35 anni per arrivare a realizzare finalmente
il film successivo. Non c’è un piano generale”.
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