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    Home»Economia»Tassa sui ricchi. La querelle tra Zucman e Arnault e le possibili soluzioni
    Economia

    Tassa sui ricchi. La querelle tra Zucman e Arnault e le possibili soluzioni

    admin5698By admin569824 Settembre 2025Nessun commento7 Minuti di lettura
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    Tassa sui ricchi. La querelle tra Zucman e Arnault e le possibili soluzioni
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    Benvenuti su Outlook, la newsletter di Repubblica che analizza l’economia, la finanza, i mercati internazionali. Ogni mercoledì parleremo di società quotate e no, di personaggi, istituzioni, di scandali e inchieste legate a questo mondo. Se volete scrivermi, la mia mail è w.galbiati@repubblica.it.

    Buona lettura,

    Walter Galbiati, vicedirettore di Repubblica

    Ci sono miliardari e miliardari. C’è chi come Warren Buffett si lamenta che la propria segretaria paga percentualmente più tasse di lui e chi come Bernard Arnault accusa gli economisti che cercano un modo equo per tassare le grandi ricchezze come “attivisti di estrema sinistra”.

    Un mondo diseguale per retribuzioni … Esiste una enorme disparità nel mondo che riguarda sia le retribuzioni che i patrimoni. Il 10% più ricco della popolazione mondiale attualmente percepisce il 52% del reddito globale, mentre la metà più povera della popolazione ne guadagna l’8,5%.

    Significa che ai primi spetta in media uno stipendio da 87.200 euro contro i 2.800 dei secondi.

    … e per patrimoni. Se poi si guarda alla ricchezza le cose vanno ancora peggio. La metà più povera della popolazione mondiale possiede una ricchezza irrisoria, pari solo al 2% del totale, quando il 10% più ricco ne possiede il 76%.

    La Paris School of Economics. Il dibattito su come abbattere queste diseguaglianze sta trovando da qualche anno un terreno particolarmente fertile in Francia, presso la Paris School of Economics, fondata nel 2006 da due economisti: Esther Duflo, un cervello di rientro da Harvard, premiata col premio Nobel per i suoi studi sulla lotta alla povertà, e Thomas Piketty, diventato famoso con il libro pubblicato nel 2013 Il capitale del XXI secolo in cui smentisce che con lo sviluppo economico si siano ridotte le disparità di reddito.

    La stella nascente. Oggi la punta di diamante della scuola è un allievo di Piketty, Gabriel Zucman, che è salito agli onori della cronaca lo scorso anno al G20 di Rio de Janeiro.

    La tassa sui ricchi. In quell’occasione l’economista ha presentato su invito del presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, la proposta di una tassa globale sul patrimonio dei ricchi, prendendo a modello la Global minimum tax delle imprese, con la speranza che i più grandi Paesi del mondo la potessero adottare.

    La riedizione francese. Da allora non è successo nulla, ma oggi è tornata di attualità in Francia perché il partito socialista ha inserito la tassa nel suo programma politico con l’intenzione di proporla al nuovo esecutivo guidato da Sébastien Lecornu, sperando nel fatto che il nuovo premier, a corto di voti per aver la maggioranza, possa dar loro retta.

    Il piatto piange. Il Paese, in profonda crisi politica con due premier silurati in un anno, è alle prese con un deficit stabilmente sopra il 5% e un debito al massimo storico, cresciuto oltre il 110% del Pil. Servono soldi.

    “La taxe Zucman”. I socialisti vorrebbero che i ricchi contribuissero maggiormente alle entrate fiscali e hanno pensato di abbracciare la proposta di Zucman.

    L’idea è che chi abbia un patrimonio superiore a 100 milioni di euro (anche se per entrare nel club mondiale dei ricchi ne basta uno da 4,8 milioni) paghi imposte annuali pari ad almeno il 2% dei propri asset.

    Se già le versa, non c’è nessun aggravio, diversamente qualsiasi Paese in cui opera col proprio lavoro o con le proprie imprese, Francia compresa, lo può tassare fino a quella soglia.

    L’ipotetico incasso. La previsione è che la tassa possa permettere alla Francia di raccogliere tra i 5 e i 15 miliardi di euro, che nella fascia alta della stima sarebbe pari a un terzo della manovra da 44 miliardi che è costata la fiducia e il crollo del governo del predecessore di Lecornu, François Bayrou.

    L’attacco di Arnault. I ricchi francesi, primo fra tutti, Bernard Arnault, amministratore delegato del conglomerato del lusso Lvmh, nonché secondo il Billionaires index di Bloomberg l’uomo più ricco d’Europa con un patrimonio di 169 miliardi, ha giudicato la proposta “letale” per l’economia francese, mettendo in dubbio le competenze di Zucman, definito un “attivista di estrema sinistra”.

    La risposta di Zucman. “Questa retorica, non molto diversa da quella di Trump o Musk, dovrebbe preoccuparci”, ha risposto l’economista in un post pubblicato sulla piattaforma social X.

    Più ricco sei, meno paghi. Il punto è che i ricchi in genere pagano meno tasse dei cittadini normali, perché le strutture dei loro patrimoni riescono ad ottenere imposizioni fiscali ridotte, per esempio percependo dividendi tassati meno delle aliquote ordinarie, oppure grazie a compagini societarie collocate in paradisi fiscali.

    La Global minimum tax. E’ difficile che la proposta di Zucman possa avere successo o sconfiggere la disuguaglianza. Sfrutta lo stesso meccanismo della Global minimum tax, che autorizza ogni Paese a tassare le imprese presenti nel proprio territorio fino al 15% qualora il loro tax rate di gruppo sia inferiore a quella aliquota minima.

    Il fallimento. La Global minimum tax, nonostante i buoni propositi, è tuttavia fallita, perché avrebbe avuto bisogno di un accordo multilaterale tra i vari Paesi, ma con l’avvento di Trump, gli Stati Uniti hanno deciso di non aderire nonostante sia stata inizialmente caldeggiata e avallata dall’Ocse. Anzi Trump ha addirittura minacciato dazi contro i Paesi che anche solo minacciano tasse ulteriori per le imprese Usa.

    Ecco perché i ceo delle Big Tech erano all’inaugurazione di Trump: Gilti contro Minimum tax

    22 Gennaio 2025

    Lo stesso destino è riservato alla patrimoniale sui ricchi, perché non tutti i Paesi sono d’accordo sulla sua introduzione e perché Trump non permetterà mai di tassare Musk o qualunque altro miliardario Usa in un altro Paese che non sia il suo. Senza dimenticare che i miliardari possono sempre cambiare residenza in base alla convenienza fiscale.

    Le alternative. La via migliore per tassare i ricchi potrebbe invece essere quella di alzare le aliquote e aumentare la progressività: l’ex presidente Usa, Joe Biden, per esempio, aveva proposto in campagna elettorale l’innalzamento dell’aliquota massima dal 37 al 39,5% da imporre a partire da un reddito individuale di 400mila dollari contro gli attuali 500mila.

    Oppure aumentare le tasse sulle rendite, anche progressivamente. Non si capisce perché un dividendo debba essere tassato meno di un reddito da lavoro o godere di agevolazioni.

    In Italia. Solo per fare l’esempio di casa nostra, i proventi finanziari sono tassati al 26% (i titoli di Stato addirittura al 12,5%), quando l’aliquota sui redditi superiori a 50mila euro è addirittura al 43%.

    Tassare il prestito. Quanto ai patrimoni, invece, non avrebbe senso tassare il semplice possesso di asset. Non si può tassare Arnault per il semplice fatto che possiede le azioni Lvmh. Ma potrebbe aver senso chiedere il pagamento di una tassa qualora vengano messe a reddito, magari parcheggiandole presso una banca in cambio di liquidità.

    Come tassare i ricchi. Biden all’attacco del “Buy, borrow, die” e le difficoltà di una tassa globale

    26 Giugno 2024

    Tassateci di più. Di certo è giunto il momento di fermare le disparità e così la pensano anche molti ricchi, oltre a Buffett. Un sondaggio commissionato a YouGov da un gruppo di super ricchi Usa, i Patriotic Millionaires, a cui hanno risposto 800 americani proprietari di asset oltre alla propria abitazione superiori al milione di euro, ha evidenziato come la maggioranza di loro, circa il 60%, sia d’accordo ad aumentare la progressività della tassazione anche al di là dell’attuale aliquota massima statunitense del 37%.

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