«Io vivevo a Roma, ma per un periodo ho frequentato le medie (a Santi Cosma e Damiano, Latina), è stato un periodo molto brutto». Ivan, fratello maggiore di Paolo Mendico, lo ha riferito al Corriere. «Qui il bullismo c’è sempre stato, ci sono passato anche io, ma l’ho affrontato diversamente: ascoltando Renato Zero, rifugiandomi nella sua poesia». Ma a differenza sua, Paolo non ce l’ha fatta: l’11 settembre, poche ore prima del ritorno a scuola, ha deciso di togliersi la vita. Aveva solo 14 anni.
Un gesto che ha sconvolto la comunità e mobilitato le istituzioni. Il ministro Valditara e la procura hanno aperto indagini, ma la spinta iniziale è arrivata proprio da Ivan, che si è assunto il compito di trasformare la tragedia in un appello collettivo. «Paolo ci ha lasciati troppo presto, la sua morte non può restare senza motivo» dice. «Vogliamo giustizia per lui, per tutte le vittime del silenzio. E perché la scuola deve diventare un posto sicuro per la crescita dei giovani».
Il contesto scolastico di Paolo Mendico non era sereno. «Non so se la preside del “Pacinotti” fosse davvero a conoscenza di quello che succedeva, perché lavorava in un’altra sede, a Fondi. A Santi Cosma c’era la vicepreside, che forse non ha voluto riferire nulla. Per non avere problemi».
Ivan aveva visto per l’ultima volta il fratello a luglio: «Stava bene. Ma sapevo che aveva subito atti di bullismo e che svariate volte erano stati segnalati alle scuole che aveva frequentato e all’Itis. Non c’è un numero preciso di queste segnalazioni, è accaduto negli anni».
Il giorno prima del suicidio, Paolo Mendico sembrava sereno: aveva preparato pane e biscotti. Poi, al mattino, il suicidio. «Non so cosa sia successo, forse un meccanismo è scattato», ammette Ivan. «Chissà se quella notte aveva dormito o era rimasto sveglio. Forse ha avuto paura di rimettersi sulle spalle uno zaino diventato troppo pesante per lui».
Anche la madre, Simonetta, ha raccontato al Corriere la quotidianità difficile del figlio: «Ogni giorno succedeva qualcosa. A lui non piaceva l’ambiente del “Pacinotti”. Andava bene a scuola, ma l’ambiente non era bello: troppa gentaglia. Insegnanti non capaci, compagni che lo bullizzavano. Paolo mi diceva che ogni volta che subiva un episodio i professori non placavano gli animi, non lo difendevano, urlavano come se fosse mio figlio dalla parte sbagliata».
E oggi il suo appello suona come un avvertimento a tutti i genitori e agli educatori: «Con il senno di poi vi dico: stiamo attenti a ogni segnale, anche il più piccolo può nascondere qualcosa di grave». Ora la Procura dei minorenni di Roma sta valutando di ascoltare quattro ex compagni di classe di Paolo: i nomi sono stati indicati dai suoi genitori.

