Sono stati fatti progressi in questi anni?
«Quando ci siamo dentro è difficile giudicare, ma la storia mostra che i diritti non sono conquiste definitive. Negli anni ’70 si discuteva di divorzio e aborto, poi negli anni ’90 si tornava a spettacoli televisivi che trattavano le donne come oggetti. I sistemi di potere sono elastici: appena si allenta la pressione, tornano indietro. Per questo servono pratiche costanti. L’empatia va allenata come un muscolo: non è una dieta che si fa una volta, ma un esercizio continuo di educazione e consapevolezza».
Quanto conta il linguaggio in questo processo?
«Conta moltissimo, perché le parole creano realtà. Spesso gli uomini chiedono: “perché la maschilità deve essere tossica?”. È un cortocircuito che nasce da confusione e paura. Così come confondere femminismo e maschilismo. Invece il linguaggio può smontare stereotipi: parlare di consenso, evitare espressioni come “conquistare una ragazza”, valorizzare qualità diverse dalla sola bellezza. Ampliare il vocabolario significa ampliare anche le possibilità di relazione. Non è una lotta tra uomini e donne, ma contro un sistema patriarcale che opprime tutti».
Anche nello spazio gli stereotipi maschili hanno avuto un peso?
«Per molto tempo l’astronauta è stato rappresentato come l’eroe virile, il cowboy spaziale militare. Negli ultimi decenni, invece, questa figura è cambiata: nello spazio oggi servono scienziati capaci di collaborare, comunicare e riconoscere le proprie emozioni. La vita a bordo di una stazione spaziale non richiede forza bruta, ma intelligenza, empatia e lavoro di squadra. E in questo senso anche le figure maschili hanno iniziato a rompere lo stereotipo».
Nel suo percorso personale cosa l’ha aiutata a decostruire gli atteggiamenti tossici?
«Per me è stato fondamentale il punk: da adolescente mi ha insegnato a guardare la realtà da angolazioni diverse. Poi sono arrivati il mondo queer, le esperienze LGBT, e le letture femministe, che hanno lasciato dentro di me strumenti utili per reagire a frasi o atteggiamenti tossici. L’arte ha avuto un ruolo centrale, perché sa creare nuovi linguaggi e immaginari. Credo che senza la cultura e senza l’arte sarebbe molto più difficile inventare modi diversi di stare insieme».
Se potesse progettare un nuovo modello di uomo, da dove partirebbe?
«Partirei dall’educazione alle emozioni. Un uomo dovrebbe crescere sentendosi libero di chiedere aiuto, di esprimere affetto, di mostrarsi vulnerabile. Oggi molti uomini riversano tutto sul sesso perché è l’unico spazio percepito come legittimo per cercare contatto e vicinanza, ma questo crea frustrazione. Un’educazione più sana permetterebbe di vivere la sessualità in equilibrio con tutte le altre forme di relazione e affetto. Non serve un uomo perfetto, ma uomini liberi da schemi rigidi».
Lei si definisce non binario.
«Il sesso biologico esiste, ma è una categoria scientifica utile in certi contesti, non un destino. Quando diventa argomento politico, si trasforma in uno strumento di esclusione. La natura è fatta di spettri e possibilità, non di confini netti. Persone intersessuali, ad esempio, sono presenti quanto chi ha occhi verdi. Il problema non è la biologia in sé, ma l’uso che ne facciamo in società e politica. È lì che diventa discriminante».
In conclusione, cosa possiamo portare a casa?
«Questi temi toccano corde profonde, legate all’identità e al modo in cui ci presentiamo al mondo. È normale sentirsi destabilizzati, ma è proprio in quei momenti che servono educazione ed empatia. Non per rinchiuderci in categorie imposte, ma per creare nuove forme di convivenza più libere e inclusive, in cui uomini, donne e persone non binarie possano vivere senza maschere imposte dall’esterno».

