Il futuro di petrolio e gas dipende dal ritmo con cui i giacimenti si svuotano. È l’allarme lanciato dall’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), che nel suo ultimo studio mette in guardia dai tassi di declino della produzione: senza investimenti costanti, ogni anno il mondo perderebbe milioni di barili e miliardi di metri cubi, con effetti dirompenti su mercati e sicurezza energetica.
Il cuore dell’analisi sta nei “decline rates”, i tassi di declino: la velocità con cui cala la produzione di un giacimento una volta raggiunto il picco. In media, secondo l’Agenzia, il greggio convenzionale perde ogni anno il 5,6% della produzione, il gas convenzionale il 6,8%. Ma la forbice è ampia: i super giacimenti mediorientali scendono appena dell’1,8% annuo, i piccoli campi europei arrivano a -10%. In mare aperto le perdite sono ancora più brusche: i campi ultra-profondi crollano a doppia cifra.
Dal 2019 a oggi quasi il 90% degli investimenti upstream non è servito a soddisfare nuova domanda, ma solo a tamponare questo declino. Nel 2025 la spesa globale nel comparto sfiorerà i 570 miliardi di dollari. Basta una contrazione minima per passare dalla crescita allo stallo produttivo.
Lo scenario diventa drammatico se si immagina un blocco degli investimenti: la produzione mondiale di petrolio scenderebbe dell’8% l’anno, 5,5 milioni di barili al giorno in meno, l’equivalente di Brasile e Norvegia cancellati ogni dodici mesi. Per il gas la caduta sarebbe del 9% annuo, pari all’intera produzione dell’Africa.
Andamento della spesa globale upstream per petrolio e gas
Il paradosso è che l’industria deve “correre per restare ferma”: solo per mantenere i livelli attuali al 2050 serviranno oltre 45 milioni di barili al giorno da nuovi giacimenti convenzionali e 2.000 miliardi di metri cubi di gas. Un traguardo che si potrà raggiungere solo continuando a scoprire, approvare e sviluppare nuovi progetti, con tempi medi che sfiorano i vent’anni tra licenza e prima estrazione.
L’Aie calcola che ci siano già 230 miliardi di barili e 40 mila miliardi di metri cubi scoperti ma non ancora sviluppati, soprattutto in Medio Oriente, Eurasia e Africa. Se messi in produzione, potrebbero aggiungere 28 milioni di barili al giorno e 1.300 miliardi di metri cubi al bilancio energetico entro il 2050. Tuttavia, sono insufficienti: servirebbero comunque nuove scoperte, circa 10 miliardi di barili e 1.000 miliardi di metri cubi all’anno.
Il peso crescente delle fonti non convenzionali complica ulteriormente il quadro. Tight oil e shale gas garantiscono oggi un quarto della produzione mondiale, ma si esauriscono molto più velocemente. Senza investimenti, il loro output crollerebbe del 35% in un anno e di un ulteriore 15% l’anno successivo. Negli Stati Uniti, dove lo shale ha trainato la crescita, i bacini diventano sempre più “gassosi”, aumentando il tasso di declino.
La conseguenza geopolitica è netta: senza investimenti, l’offerta globale si concentrerebbe ancora di più in pochi Paesi con giacimenti a lento declino – Medio Oriente e Russia – mentre le economie avanzate, dipendenti da campi più fragili, vedrebbero la produzione crollare del 65% in dieci anni. Un incubo per la sicurezza energetica.
Non è dunque un caso che la stessa Aie, pur spingendo da anni per la transizione verde, sottolinei come la dinamica dell’offerta sia altrettanto decisiva di quella della domanda. Gli investimenti nei giacimenti, le scelte regolatorie e i tempi di sviluppo determineranno la resilienza del sistema e la stabilità dei prezzi.
L’Aie conclude con un promemeneroria per governi e imprese: non basta guardare al lato dei consumi. Il futuro del petrolio e del gas dipende sempre più dalla velocità con cui i giacimenti si svuotano e da come sapremo gestire questa inevitabile corsa contro il tempo.

