La nuova puntata del Grand Tour delle Donne è dedicata a due storie della Maremma, che raccontano come la promozione turistica passi anche attraverso l’amore e la dedizione per la propria terra, proteggendo ciò che la rende davvero unica.
In questo lembo di Toscana, il profondo legame tra storia, natura e passione può ridisegnare il futuro del territorio. La prima protagonista è Margherita Guastini , storica albergatrice e presidente del Centro commerciale naturale di Pitigliano, borgo suggestivo della provincia di Grosseto, noto come la “Piccola Gerusalemme” per la storica presenza di una comunità ebraica. Sorge su uno sperone di tufo e affascina i visitatori con le sue case che sembrano scolpite nella roccia, creando una visione quasi surreale.
La seconda è Margherita Barco, proprietaria di un agriturismo ad Alberese, all’interno del Parco Naturale della Maremma, rinomata per le sue spiagge incontaminate, la natura selvaggia e la tradizione dei butteri. E Margherita è proprio una “buttera per passione”. Entrambe in modo diverso concorrono a consolidare quell’autenticità, che e la cifra più intima della Maremma.
L’anima artigiana: il cuore pulsante del Centro Commerciale Naturale
A Pitigliano, questa autenticità si manifesta nella preservazione delle tradizioni artigianali e culturali. L’impegno delle donne del Centro Commerciale Naturale (CCN) dimostra come la vera anima del borgo si trovi nei suoi vicoli, nelle botteghe storiche e nei mestieri a volte tramandati di generazione in generazione. Il CCN, guidato dalla Presidente Margherita Guastini e da un consiglio direttivo (quasi) interamente al femminile, è l’epicentro di questa rinascita. Nata dall’idea di un gruppo di donne desiderose di vedere il loro paese riacquistare vitalità, l’associazione è oggi una forza trainante, che dimostra come la passione possa generare un cambiamento reale.
Nato da un’idea corale
E’ una storia di resilienza e di amore per il proprio territorio quella di Guastini, che insieme a un gruppo di donne con esperienze professionali e di vita diverse, ha dato vita a questo progetto corale. “Due anni fa, ci siamo incontrate, tutte donne che provenivano dai mondi del commercio, del turismo, dalla ristorazione,” racconta Margherita. “Desideravamo dare linfa al nostro borgo e ci siamo chieste: ‘Perché non fare qualcosa per farlo rinascere?’” Da questa semplice ma potente domanda è nata l’associazione, che oggi racchiude circa 80 attività, dai negozi del centro storico agli albergatori. Il loro obiettivo primario è duplice: far vivere meglio i i residenti e i turisti.
La sfida più grande, come spiega la Presidente, è “fare rete, creare una sinergia tra le aziende”. Per superare questo ostacolo, il CCN si impegna a coinvolgere attivamente i propri associati, chiedendo il loro consenso e la loro opinione su ogni singola iniziativa. Un’altra sfida, spesso sottovalutata, è mantenere il decoro urbano. “Ci impegniamo anche noi, ognuno pulisce il suo pezzettino,” afferma Margherita, sottolineando un impegno diretto che va oltre la semplice gestione associativa. “Vorremmo che l’amore che mettiamo noi lo mettessero tutti. A partire dalla pulizia delle strade, fondamentale per l’immagine del paese”.
Margherita Guastini, presidente del Centro Commerciale Naturale di Pitigliano
Iniziative che promuovono la destagionalizzazione
Le iniziative del CCN non sono solo chimere, ma eventi concreti che hanno già avuto un impatto significativo. L’Etrusca Festival, un festival di artisti di strada giunto alla terza edizione, è una delle manifestazioni di maggior successo. Margherita ne evidenzia la strategia: “Abbiamo deciso di farlo a dicembre, per cercare di portare gente nei periodi morti e destagionalizzare quindi l’offerta del nostro paese”.
Questo approccio mirato non solo attira visitatori ma estende la stagione turistica, portando beneficio a tutta la comunità. Anche Note di Maggio, un altro evento con una forte vocazione culturale e musicale, ha arricchito il calendario del borgo, offrendo ai visitatori nuove ragioni per esplorare Pitigliano. L’integrazione tra commercio e patrimonio storico è un principio cardine dell’associazione. “Noi cerchiamo di armonizzare il tutto”, spiega la Presidente. Per farlo, il CCN organizza incontri con storici locali, educando i propri membri e i turisti sull’importanza di preservare e valorizzare la storia unica del borgo.
La forza della leadership femminile
Nel consiglio direttivo del CCN, c’è una forte presenza femminile. Un fatto non casuale, ma una scelta che secondo Margherita porta una prospettiva unica. “C’è una marcia in più, l’originalità delle idee”, afferma con entusiasmo. “Basta uno sguardo e ci si capisce. Quando le donne vanno d’accordo, si possono fare grandi cose”. La diversità delle esperienze e dei punti di vista all’interno del gruppo è un grande punto di forza: “L’eterogeneità diventa un valore aggiunto”, continua Margherita. “Loro riescono a porre l’attenzione su prospettive future”. Questa capacità di guardare avanti, insieme a una sensibilità unica, ha portato l’associazione a sostenere iniziative sociali, come la casa d’accoglienza “Ilde” per donne vittime di violenza, dimostrando che l’impegno del CCN va oltre il mero aspetto commerciale e turistico.
Le testimonianze delle artigiane
Il cuore pulsante del CCN sono le storie e i mestieri di chi ha scelto Pitigliano come casa e bottega. Come Lisa e Laura, le sorelle che gestiscono il laboratorio Maremma Maiala, trasformando il detto popolare in un marchio di successo. “Siamo tornate nelle terre d’origine e abbiamo unito la parte artistica e quella tecnica”, racconta Lisa. Hanno dipinto la Maremma con colori vivaci, creando magliette che, grazie alla loro ironia, sono diventate un simbolo indossato con orgoglio dai pitiglianesi stessi.
Elena Gelli guida l’Atelier Lunae. L’artista, specializzata in creazioni in ceramica, ha trovato in Pitigliano il luogo per mettere radici dopo una vita artistica “nomade” in giro per l’Italia. Le sue creazioni, ispirate agli antenati etruschi, non sono solo arte, ma un ricongiungimento con le sue radici più profonde. “Metto le radici, apparentemente inconsapevole, in una terra a me intima e affine”, spiega, sottolineando il legame profondo tra la sua arte e il territorio.
Clio Fiore gestisce Clio Fiore Jewels. Ha lasciato Roma per una vita più serena a Pitigliano. “Qui la vita è più a contatto con la natura, con le persone”, racconta. I suoi gioielli, realizzati con la tecnica antica della cera persa, fondono ispirazioni etrusche con il design moderno, celebrando la storia e la natura del luogo.
Le creazioni artigianali dell’Atelier Lunae di Pitigliano
Daniela Pavonio, con la sua attività Vrill che crea e vende artigianato artistico e abiti, incarna lo spirito di esplorazione. “Vivere di artigianato è stata una scelta dovuta alla voglia di non definirmi in una cosa sola”, spiega. La sua continua ricerca di nuove tecniche e materiali è un omaggio alla libertà creativa che il borgo le ha offerto.
Maria Laura è La Fusaiola, che ha trovato in Pitigliano il luogo ideale per la sua arte. “La tessitura è una meditazione che permette di esprimere la tua creatività”, afferma. La sua storia dimostra come un’antica passione possa diventare un lavoro, anche in un’era di produzione di massa.
Officine Riciclo Itineranti, infine, è un progetto virtuoso di Verusca Pezzati, che trasforma materiali di scarto in oggetti d’arte e prodotti di design, ed è la prova che anche l’innovazione sostenibile ha un posto in questo borgo storico. “Volevo rimanere qui una sola estate… invece eccomi qua, dopo 12 anni”, racconta, mostrando come il borgo abbia la capacità di ispirare e trattenere i talenti.
Un futuro da costruire insieme
Guardando al futuro, il CCN ha progetti ambiziosi. L’obiettivo è “potenziare gli eventi ed essere un punto di riferimento per le aziende” del territorio. Soprattutto, l’associazione vuole essere protagonista nella creazione di un progetto turistico. L’idea è di portare un turismo di qualità e favorire una permanenza più lunga, creando un’esperienza autentica e indimenticabile per chi visita Pitigliano. La loro esperienza, come ha dimostrato finora, può diventare un modello pilota per un’Italia che vuole riscoprire la forza delle sue comunità e del suo artigianato.
La voce della tradizione: una buttera nell’animo
In un altro luogo della Maremma, ad Alberese, la passione di una donna incarna e custodisce l’antica figura del buttero. Qui, l’autenticità si esprime nel legame viscerale con la natura selvaggia e con le pratiche equestri che ne hanno scritto la storia. Margherita Barco è proprietaria dell’azienda agricola a conduzione familiare Il Gelsomino, un’azienda storica attiva dagli anni Venti, dedita all’allevamento del bestiame e alla coltivazione di cereali, poi declinata anche in accoglienza agrituristica da 30 anni.
Ma c’è una passione che Margherita porta avanti con instancabile dedizione, più di ogni altra, ed quella per i butteri. Pur non volendo farsi chiamare “buttera” per rispetto verso un mestiere storicamente maschile e fisicamente estenuante, la sua vita è un inno a questa figura leggendaria. Vive da sempre una passione antica, radicata nella storia di questa terra: quella per il cavallo maremmano, “o meglio per la monta maremmana”. La nostra protagonista ci apre le porte del suo mondo, raccontando una storia fatta di fatica, dedizione e un legame profondo con la terra e gli animali.
Il suo lavoro, pur incentrato sull’attività di maneggio per i turisti, va molto oltre i tour a cavallo. “Siamo qui per portare avanti la tradizione”, afferma, spiegando che la sua giornata è fatta di sveglie all’alba e lunghe ore a contatto con gli animali, lontane dall’immagine romantica che molti hanno del mestiere. Per lei, il legame con la tradizione non si impara. “Il mio è piuttosto un sentimento “genetico” che mi lega a una terra dove, fin da bambina, ha visto i butteri spostare il bestiame”, ribadisce.
Margherita Barco, buttera e titolare dell’agriturismo Il Gelsomino di Alberese. Foto di Clara Vannucci
Una vita tra tradizione e turismo
Descrivendo la sua routine, Margherita racconta: “Svolgo un’attività di maneggio, lavoro soprattutto con i turisti utilizzando la bardatura e i cavalli maremmani proprio per portare avanti la tradizione”. La sua giornata è scandita da ritmi intensi: sveglia presto, alle sei durante il periodo estivo. “Nonostante una pausa a metà giornata, il lavoro è impegnativo: si preparano i cavalli, si porta in giro la gente. Spiegando cosa significhi avere un allevamento, trasmetto la tradizione”.
Essere un buttero non è qualcosa che si sceglie. “Buttero non si diventa, buttero si nasce,” afferma Margherita con decisione. “Uno che ce l’ha dentro, entra al lavoro e il giorno dopo sa già come gestire le vacche, sa già come trattare i cavalli”. A differenza di altri lavori, non si impara solo con l’esperienza, ma serve una predisposizione naturale. “Qui all’azienda hanno assunto persone per fare butteri, ma non non erano butteri veri… e sono durati poco”.
Le vere ricompense e l’amore per i cavalli
Le sfide dei butteri sono quotidiane e spesso pericolose. “La prima sfida è arrivare a fine giornata incolumi, tutti i giorni”, confessa la Barco. “Quando si lavora con il bestiame, l’imprevisto c’è sempre”. Questo la porta ad un rituale quasi religioso: “Quando ci si alza la mattina, a me hanno insegnato, ci si fa il segno della croce e si spera che vada tutto bene”. La vera ricompensa, però, non è materiale. “La ricompensa è quando finita la passeggiata con i turisti, mi fanno i complimenti e soprattutto mi dicono quanto è bello e affascinante il nostro territorio”.
Le ricompense arrivano anche dai suoi “figli equini”. “Il rapporto è simbiotico, di mutuo soccorso”, spiega. “Loro mi danno tanto e io altrettanto nei loro confronti. Quando vedo che loro stanno bene, vuol dire che ho lavorato bene e che quella è una ricompensa”.
L’equipaggiamento della buttera
L’equipaggiamento di Margherita è un vero e proprio museo itinerante della tradizione maremmana. Descrive le selle tipiche usate alle buttere: la sella col pallino, o “scafarda”, nata del sedicesimo secolo di influenza spagnola, e la sella “bardella”, che deriverebbe dall’arabo bardaaah, ovvero sella senza arcione. “Poi l’abbigliamento: il cappello di feltro in inverno, in paglia d’estate, e l’uncino, un bastone fondamentale per il lavoro del buttero”.
La differenza tra “buttero” e “buttera” non è a cavallo, ma a terra. “A cavallo non c’è nessuna differenza”, spiega Margherita. La vera distinzione è nella forza fisica. “Quando c’è da prendere il vitello di un anno e mezzo per le corna, lì la differenza c’è”. D’altro canto, le donne portano un contributo essenziale nell’organizzazione del bestiame e del lavoro.
Margherita Barco in sella a uno dei suoi amati cavalli maremmani. Foto di Clara Vannucci
Il futuro di un mestiere a rischio
Parlando del futuro, Margherita mostra una nota di malinconia. “Lo vedo difficile, perché è un lavoro che prima o poi scomparirà”. Le aziende che investono in queste figure sono poche, e la fatica del mestiere allontana i giovani. “I ragazzi quando capiscono che bisogna montare a cavallo in qualsiasi condizione atmosferica, con freddo, pioggia, neve o caldo torrido, non resistono. Per questo è importante continuare a raccontare questo mestiere e farlo conoscere”. Il suo è un monito e un grido di speranza, per preservare una tradizione millenaria.
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