Come ha contattato la famiglia di Hind? Non temevano di dover rivivere il trauma?
«Per loro non si tratta di rivivere il trauma, ma di avere giustizia. La madre mi ha detto: “Non voglio che la voce di mia figlia venga dimenticata sotto le macerie delle notizie”. I palestinesi non sono ascoltati, non vengono visti come esseri umani. Se la stessa cosa fosse accaduta altrove, ci sarebbe stata indignazione. Per questo mi hanno detto subito: sì, fai il film. Non è una questione di trauma: quello lo vivono ogni giorno. È una questione di giustizia».
Lei ha sempre mescolato realtà e finzione. Come si è posta i limiti etici questa volta?
«La prima regola era avere non solo l’approvazione, ma la benedizione della madre. Se mi avesse detto no, avrei smesso subito. Poi: non credo nelle separazioni rigide tra documentario e finzione. Tutto è cinema. E come diceva Abbas Kiarostami, con questi strumenti si può dire un’altra verità, andare verso la verità. Non importa la categoria. Importa la verità».
Quanto c’è di drammatizzazione?
«Pochissimo. Alcuni momenti sono stati ricostruiti, come il gesto con cui un operatore disegna il procedimento burocratico per spiegarsi. Era necessario per rendere comprensibile una procedura kafkiana. Ma Omar e Mahdi, i loro caratteri e i conflitti, erano quelli. Ho parlato molto con loro, e gli attori hanno usato quei racconti».
Il film è uscito mentre la guerra a Gaza continua.
«Non è una guerra, è un genocidio. Pensavo che dopo la storia di Hind la comunità internazionale avrebbe agito. Invece siamo qui, due anni dopo, e le uccisioni continuano. È terribile. A volte mi chiedo se l’arte serva, perché non ferma le bombe. Ma credo sia importante lo stesso. Perché i palestinesi sono trattati come persone senza volto, sospettati, messi a tacere. Il cinema può cambiare questa percezione: è un luogo di empatia, ti costringe a guardare il mondo attraverso i loro occhi».
Nel film c’è una scena di preghiera molto forte. Perché era importante?
«In un certo punto non resta che sperare in un miracolo. Pregare significa riconoscere che non c’è più soluzione terrena. La bambina chiede: “Possiamo pregare di nuovo?”. E dall’altra parte rispondono: “No, sta arrivando il carro armato”. È la disperazione assoluta. È la fine»
Com’è stato vivere la reazione del pubblico al Lido?
«Gli applausi sono durati 24 minuti. Non finivano più, finché non ci hanno dovuto cacciare perché c’era un altro film. Sto ancora elaborando quella emozione»
Alla fine grandi nomi hanno deciso di sostenere il film.
«Sì, il produttore James Wilson lo ha mostrato a Jonathan Glazer, che se n’è innamorato. Poi Joaquin Phoenix, Alfonso Cuarón, Brad Pitt. Tutti hanno voluto mettere il loro nome come produttori esecutivi. Non significa ingerenza creativa: è un segnale di sostegno».
Cosa si augura ora?
«Misuro il cambiamento solo con la fine del genocidio. Finché continua, non è cambiato nulla. Possiamo gridare, scioperare, fare film, ma se i potenti del mondo lo permettono ancora, non basta. Forse qualcosa sta cambiando, perché ora più voci palestinesi arrivano ai festival internazionali. Lo spero».

