L’appuntamento è fissato per stamattina alle 8. L’ora delle decisioni irrevocabili. Quella in cui Antonio Decaro, rientrato ieri sera da Bruxelles, riunirà i fedelissimi per l’ultimo confronto prima di comunicare la discesa in campo o, viceversa, il gran rifiuto a correre per la presidenza della Puglia. Che non potrà farsi attendere oltre.
Stasera alla Festa regionale dell’Unità in programma a Bisceglie è prevista la sua presenza, accanto alla segretaria nazionale Elly Schlein, che secondo il programma originario avrebbe dovuto ufficializzare la volata di Mr 500mila preferenze, tante quante l’ex sindaco di Bari ne incassò alle Europee dell’anno scorso. Se andrà, vuol dire che il pressing forsennato delle ultime ore ha dato buoni frutti: Decaro si è rassegnato al compromesso, ovvero il passo indietro di Michele Emiliano ma non di Nichi Vendola, e ha accettato di candidarsi. Se non si presenterà significa game over, il centrosinistra dovrà trovarsi un altro nome in grado di confermare la regione ai progressisti. A meno che, nel faccia a faccia fra l’eurodeputato e la leader del Pd che dovrebbe tenersi prima di salire sul palco, non si scelga di optare per i tempi supplementari: ovvero, prendersi qualche altro giorno, nella speranza che prima o poi qualcuno dei contendenti ceda.
Nonostante l’ottimismo del Nazareno, «si troverà una soluzione», le posizioni restano distanti. E inconciliabili. Da una parte Decaro, indisponibile a entrare in partita se «in consiglio regionale siederanno i due ex presidenti»; dall’altro Avs che tiene il punto sul suo capolista. Nicola Fratoianni lo ha ribadito di nuovo ieri a Repubblica: «Girano starne voci, ma vorrei tranquillizzare tutti: Vendola non si ritira, quante volte lo dobbiamo ripetere? Peraltro l’ha detto anche Schlein: le liste di Avs le fa Avs. Questa telenovela è durata anche troppo, noi da qui non ci spostiamo, aspettiamo che finisca lo psicodramma». E allora «io non ci sarò, nessuno è indispensabile», risponde il (non) candidato in pectore a chiunque lo chiami per invitarlo a ragionare. Non solo Francesco Boccia, spedito a Bari per tentare un’ultima mediazione, ma pure gli esponenti dell’area riformista, in testa Alessandro Alfieri, decisi a smentire «la bufala» per cui ci sarebbero Guerini, Bonaccini & Co. dietro l’ostinazione di Decaro, ordita per mettere in difficoltà la segretaria in vista della futura battaglia per la guida del Pd, a cui lui aspirerebbe.
Certo c’è che il quadro si sta talmente complicando che qualunque sia l’esito finale, le scorie rischiano di intralciare quella in principio pensata come una marcia trionfale. Se Decaro dovesse rinunciare, infatti, Emiliano potrebbe voler tornare in campo. Idem se il suo ex pupillo dovesse candidarsi, subendo la corsa di Vendola. Tanto che alcuni rumors danno già in cantiere una raccolta firme per chiedere al governatore uscente di ripensarci al grido: «Perché Nichi sì e Michele no?». Proprio ciò che Decaro teme. E intende scongiurare, insistendo con il veto sul campione di Avs. «Altrimenti sembrerebbe un parricidio, non è lo spirito che mi ha spinto a porre quelle condizioni», spiega ai suoi. Ma per i rossoverdi è una questione di sopravvivenza: secondo un recente sondaggio, con Vendola in lista il partito raggiungerebbe il 7%, senza rischia di non centrare il quorum fissato al 4. Motivo per cui Claudio Stefanazzi, ex capo di gabinetto di Emiliano e senatore pugliese del Pd ora si augura che «Antonio comprenda l’esigenza di Avs e accetti di sedersi al tavolo di coalizione. Un consigliere su 50 è niente. Il presidente di regione, per come è fatta la legge, è una specie di monarca. La giunta ha un potere senza contrappesi». E dunque, se pure Vendola avesse propositi bellicosi, gli farebbe il solletico. «A meno che», è il non detto di molti, «Decaro non stia giocando un’altra partita. Abbia cioè ambizioni nazionali che mirano a danneggiare Schlein». Stasera (forse) si capirà.

