«Sicuramente è un caso estremo quello di un genitore che entra in un campo sportivo, in questo caso di calcio, e picchia un giocatore della squadra avversaria. C’è però una riflessione generale da fare, che vale per tutti gli sport e i genitori, sull’importanza della gestione emotiva. Questo avvenimento ci testimonia ancora di più l’importanza di dover lavorare sui genitori, sulla loro intelligenza emotiva, sulla loro gestione delle emozioni perché ci possono essere tante tipologie di violenza che i genitori mettono in atto, non solo quella fisica». Sergio Costa, psicologo dello sport, impegnato nel progetto Genitori nello Sport, parte nel suo ragionamento dal caso dell’uomo che ha picchiato il portiere della squadra avversaria del figlio a Collegno.
«Il timore è che questa storia non ci insegni nulla e che, oltre al ragazzo ferito e a quelli che hanno assistito all’attacco, a rimetterci sia il figlio dell’uomo che ha picchiato il portiere avversario. La società ha già preso le distanze, ma la domanda che ci sarebbe da fare è: si poteva prevenire? Se il genitore non fosse entrato e non avesse usato la violenza, ci sarebbe stata comunque sul campo una violenza tra due squadre di ragazzi adolescenti, questo è tollerabile?».
Il progetto Genitori nello sport nasce per prevenire situazioni del genere e non per arrivare a casi estremi come questo. «C’è anche da sfatare questo falso mito che i genitori nel calcio sono i genitori “malati”. Sono “malati” dappertutto, nel senso che in tutti gli sport ci sono genitori troppo coinvolti, emotivamente incapaci, dallo sport agonistico, professionistico, olimpico, fino allo sport dei bambini piccoli portati magari in piscina a quattro anni. Il calcio ha solo una cassa di risonanza più ampia. Nel tennis io vedo genitori attaccati alla rete, che commentano, danno suggerimenti tecnici, insultano, se ne vanno, si fumano 100 sigarette, fanno avanti e indietro. Insultano i figli e vengono insultati. Ho visto genitori fissare il tecnico avversario e non curarsi dei figli anche quando questi si rivolgono a loro».
La questione è legata anche alla società contemporanea. «I genitori non provano più solo amore per i propri figli, ma sono innamorati dei propri figli. Nella fase di innamoramento si è poco lucidi, presi dalle emozioni, si cerca sempre di dare di più. Dobbiamo contestualizzare cosa vuol dire essere genitori oggi: molti più figli unici, molti genitori separati, famiglie allargate, genitori meno giovani di un tempo. Tutto questo porta a una serie di aspetti relazionali ed emotivi a cui prestare attenzione, ma per gestirli serve consapevolezza. Genitori non si nasce, si diventa. E ancora di più genitori nello sport si diventa. I genitori possono non aver praticato mai sport e trovarsi poi figli che fanno sport. Chi insegna al genitore come stare dentro un contesto sportivo?».
Il punto centrale non è il genitore, ma l’effetto che il comportamento del genitore ha sul ragazzo e sul contesto sportivo. «L’obiettivo è il ragazzo, il genitore, il tecnico, il dirigente, sono tutti elementi contestuali, sono adulti di riferimento che in teoria dovrebbero essere in grado di comportarsi in maniera positiva, serena e funzionale. Non ci sono linee guida che valgano per ogni sport, in ogni contesto. Esistono indicazioni generali, ma non ha senso che una società pubblichi un decalogo generale di comportamenti genitoriali e si limiti a questo senza cercare la soluzione vera che è nell’ascolto e nel dialogo. Non è una soluzione decidere di non andare più a vedere le partite del figlio o della figlia se questa decisione non è condivisa con il ragazzo o la ragazza». Per un passaggio del genere però il genitore deve essere in grado di una gestione emotiva.
«I genitori hanno tre ruoli nello sport, molto spesso però ne viene visto soltanto uno, quello logistico e organizzativo, chi paga l’iscrizione, chi porta il ragazzo. Ci sono altri due ruoli fondamentali di cui non sempre il genitore è consapevole e responsabilizzato. Deve essere un ottimo interprete perché è da lui che l’atleta torna, con lui passa più tempo. Il genitore deve essere educato a sapere interpretare nel modo corretto lo sport e il rapporto del figlio con lo sport. Questo lo si fa formandolo, perché non tutti i genitori vengono dallo sport, non tutti i genitori vengono da quello sport, e non tutti i genitori hanno gli stessi valori di quello sport. Il genitore deve essere allenato, educato, informato, formato per interpretare. Il terzo passo, quello più complesso, è l’essere esempio. Il genitore deve essere un modello nei fatti e questo vuol dire saper lavorare sull’aspetto involontario, inconsapevole e poco controllato del genitore. Vedo genitori che dicono al ragazzo di stare calmo urlandoglielo. Oppure dicono che un punto non conta niente, ma si vede che sono arrabbiatissimi».
«Spesso viene citata una frase: “La squadra perfetta è la squadra di orfani”. Io non condivido. I genitori sono presenti e devono essere coinvolti. Ci si deve confrontare con loro e farli entrare nella dinamica, creare relazioni. Uno dei primi lavori, o comunque dei primi incontri, da fare con i genitori è chiarire questo: le aspettative e gli obiettivi, perché molto spesso si confondono, e non combaciano tra genitore, atleta e società, quindi addirittura con tutti e tre. Lo step successivo è saper gestire l’emozione, molto spesso il genitore non è che non sa gestire solo la sua, ma neanche quella del ragazzo e diventa ancora più complessa la gestione della situazione, del contesto. Lo sport, in teoria, dovrebbe insegnarci a saper gestire l’errore, a saper crescere, a saper aspettare, a saper prendere tempo, a sapersi confrontare. Per portare questo insegnamento servono anche i genitori che sono una risorsa fondamentale. Ci sono campionati minori all’estero dove gli adulti di riferimento devono stare zitti durante le partite. Si tratta di un estremo a cui non si dovrebbe arrivare, perché non è una soluzione far tacere il genitore. Bisogna insegnargli a stare sugli spalti, a comunicare, a sapere cosa provoca nel figlio o negli altri, bisogna avere sempre di più attenzione nei loro confronti e progetti come Genitori nello Sport».

