Michela si avvicinò al vetro appannato della stazione di Porta Susa e tracciò una riga con il dito, poi guardò fuori. La pioggia cadeva fine sull’asfalto. Doveva tornare a casa per il weekend, ma la coincidenza era andata, l’ultimo treno per Milano era partito da pochi minuti.
“Però, Torino,” pensò, stringendosi nel cappotto. “Proprio nella vecchia e grigia Torino dovevo capitare”.
Tirò fuori il telefono, rassegnata, e scorrendo le offerte degli alberghi della zona si ritrovò a leggere nomi di strade e di quartieri che non sapeva di ricordare: Via Cernaia, Quadrilatero, San Donato, Corso Regina.
Erano cambiate così tante cose dall’ultima volta che era passata di lì.
Da bambina prendeva il treno veloce con la madre una volta al mese. Suo padre lavorava sempre e restava bloccato in quella città anche nei fine settimana, così erano loro a raggiungerlo per passare del tempo insieme.
Lui ogni volta si presentava in stazione puntuale, con una scatola di gianduiotti sotto braccio, le portava a mangiare da Guarini, vicino a Porta Nuova, e dopo qualche chiacchiera spariva in ufficio. Lei e la madre, ogni volta, rincasavano prima che arrivasse la sera.
Ritorno a Torino
Michela di Torino ricordava solo l’asfalto bagnato, le serrande abbassate e i rumori assordanti delle auto. Da quando suo padre era mancato, non avendo ragioni, non ci era più tornata.
Prese una stanza in Borgo Dora e si incamminò verso l’hotel. “Non è un quartiere raccomandabile” diceva suo padre, ma era vicino ed economico, e pensò che per una notte sarebbe andato bene. Da Porta Susa raggiunse Piazza Statuto, imboccò Via Garibaldi e si ricordò di quando, nel verso opposto, percorreva sconsolata quella via con sua madre, per tornare a casa.
Girò a sinistra, in una vicolo, e dopo lunghe distese di sanpietrini raggiunse Porta Palazzo. Era deserta, come un posto dimenticato. Passò attraverso la piazza, poi raggiunse l’hotel. Il palazzo era un po’ sgualcito, la stanza piccola, ma pulita. Michela dormì tranquilla. Il sabato mattina decise di fare colazione fuori.
Appena uscita venne travolta da un’ondata di voci. Il Balon — così si chiamava quel mercato — sembrava una città nella città: gente che trattava, che frugava in scatoloni, che sfogliava libri, album e vecchie riviste. Michela si fermò accanto a un banco dove un uomo cercava di vendere delle scarpe da ballo a una signora, accanto a un grammofono rotto. Tutto sembrava incongruo lì in mezzo.
Tra tazzine e caldarroste
Per un attimo Michela si dimenticò del treno, e si infilò in quel flusso di persone, lasciandosi guidare dall’odore delle caldarroste. Vide su un banco un mucchio di tazzine in porcellana, tutte provenienti da servizi diversi, che sembravano fatte apposta per stare insieme.
Mentre vagava, tra piante, vestiti vintage e brandelli di stoffe, iniziò a piovere, con più vigore della sera prima. Così si infilò sotto una tettoia, attraversò un cancello in ferro battuto e si ritrovò all’ingresso del cortile del Maglio. Era un quadrato chiuso, un antro nascosto nel cuore del borgo, con un’enorme struttura in metallo al centro. L’aria sapeva di incenso e di tè speziato.
Si avvicinò a uno dei bar affacciati sul cortile. C’erano pochi tavoli, un bollitore sul bancone e libri impilati in ogni angolo. Il bar era affollato, ma seduta a un tavolo c’era una signora che contemplava il cortile, con una sedia vuota accanto.
Michela si avvicinò a lei.
“La disturbo se mi siedo qui?”.
La signora alzò lo sguardo, “Sieda, sieda pure” rispose, sistemandosi la sciarpa. “Prima volta a Torino?”
“No” rispose Michela, “ma sono qui per sbaglio.”
“Capitano gli sbagli belli, a volte. Se vuole scaldarsi prenda un bicerin. Lo fanno buono, qui”.
“Non l’ho mai provato” disse Michela, ricordando che lo prendeva sempre suo padre dopo pranzo.
“Meglio. Così non ha paragoni.”
Il bicerin dei ricordi
Il bicerin arrivò: era denso, amaro e dolce insieme. Michela girò la sedia verso il cortile e si mise a contemplarlo insieme alla signora.
“Me la ricordavo come una città triste” disse Michela, dopo un sorso.
“Tutti lo pensano. È solo che Torino si nasconde, come certe persone.”
La donna prese in mano la tazzina.
“Io vengo qui ogni sabato. Prima andavo al mercato, poi passavo a leggere. Ora vengo solo per guardare. Il cortile cambia sempre.”
“È tutto così eterogeneo,” disse Michela, guardandosi attorno.
“È il bello. Qui niente è puro, ma tutto è autentico. Le città perfette stancano. Quelle vere, no.”
Michela si sporse appena per intravedere il Borgo attraverso l’arcata del cortile. La pioggia cadeva sempre più piano. Pensò che presto sarebbe dovuta tornare in stazione.
Rimase ad ascoltare in silenzio le chiacchiere degli altri, il rumore dei cucchiaini nelle tazze, le scarpe che cigolavano sul pavimento.
Pensò che la pioggia avesse un bel modo di cadere su Torino, che forse Torino non sarebbe stata la stessa senza la pioggia.
Pensò che forse Torino non era così grigia come la ricordava. Non era nemmeno bella, nel senso più immediato. Era stratificata, un miscuglio denso.
Come quel bicerin, amaro e dolce insieme.
Indirizzi:
Balon: Via Borgo Dora
Cortile del Maglio: Via Vittorio Andreis 18

