Determinazione, studio, metodo, ferrea volontà, applicazione rigorosa della legge. Ma anche momenti di incertezza, disorientamento, timore di non farcela. C’è tutto questo nel racconto che Raffaello Magi fa di se stesso nel periodo in cui è stato giudice a latere della Corte d’Assise chiamata a giudicare la cosca dei Casalesi, in un tempo non molto lontano sinonimo di morte, terrore e distruzione.
“Dentro la giustizia” si legge tutto d’un fiato e la sua riedizione (con prefazione di Isaia Sales) cade nel ventesimo anniversario della sentenza del maxi processo Spartacus, un momento chiave nella storia dell’azione di contrasto alla camorra più temibile e sanguinaria. “La prima cosa che feci fu quella di creare una cornice di tipo cronologico in cui inserire tutti i fatti storici legati alla realtà criminale del territorio di cui avevo contezza”, svela Magi. Aggiungendo di aver riempito 15 quaderni con i suoi appunti presi in udienza.
C’era la necessità di mettere ordine a una sequela di delitti solo apparentemente slegati ma in realtà collegati l’uno all’altro in una feroce trama che aveva attraversato l’agro aversano diventato il teatro di una autentica guerra fra bande senza scrupoli. Il primo luglio 1998 si va in aula e per capire il clima dell’epoca c’erano i tiratori scelti sul tetto dell’edificio.
Pochi giorni dopo la Dia di Guido Longo arresta il padrino del clan, Francesco Schiavone, detto Sandokan. Tocca a Magi andare a interrogarlo a Rebibbia su uno degli omicidi che gli erano stati attribuiti. “Vidi un uomo robusto, fiero, non affaticato dalla latitanza e che non mostrava alcun segno di rammarico per la cattura”. Al giudice disse soltanto di essere un agricoltore e che tutto il resto lo avevano “inventato i giornalisti e i comunisti”.
Di particolare interesse la ricostruzione dell’assassinio in Brasile di Antonio Bardellino (il corpo non è mai stato trovato) e di tutto quello che scatenò in seguito. La vita di Magi è segnata da quel procedimento, “quante volte ho pensato: non ce la faremo mai…”, ammette in pagine dove la cronaca giudiziaria è un tutt’uno con la vita di una toga chiamata a un compito gravoso.
Il giudice lo assolve totalmente, va da solo a vedere i luoghi di decine e decine di agguati, è presente alla ricostruzione della scena dell’assassinio del boss Vincenzo De Falco, massacrato con tredici proiettili di un fucile d’assalto kalashnikov e cinque di un’altra arma caricata a pallettoni.
E arriva il giorno della sentenza, 15 settembre 2005: 90 condanne, per 21 il carcere a vita, una ventina di assoluzioni. Magi non sapeva che in quei giorni un nuovo pentito aveva svelato un piano per eliminare lui e il presidente Catello Marano. Da allora ha un servizio di protezione, che lo ha seguito anche quando ha scritto, da giudice estensore, le 3200 pagine di motivazione di Spartacus.
Il libro fa parte della collana “Strade” della casa editrice Terra Somnia, dedicata ad Antonio Montinaro, il fedelissimo poliziotto che scortava ovunque il giudice antimafia Giovanni Falcone. Non un caso, uno dei soci della casa editrice è il fratello dell’agente, Brizio Montinaro.

