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    Home»Guide»Pompei, dopo l’eruzione una favela per i disperati – Arte
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    Pompei, dopo l’eruzione una favela per i disperati – Arte

    admin5698By admin56986 Agosto 2025Nessun commento3 Minuti di lettura
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    Pompei, dopo l'eruzione una favela per i disperati - Arte
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    Pompei fu nuovamente abitata dopo l’eruzione del 79 dopo Cristo. Sopravvissuti che non avevano modo di ricominciare una nuova vita altrove, ma verosimilmente anche persone provenienti da altri luoghi, senza dimora, in cerca di un posto dove insediarsi e con la speranza di ritrovare oggetti di valore, avevano provato a vivere nell’area devastata.
        Una situazione precaria e disorganizzata, quella che vedeva riaffiorare tracce di vita sulla città, protrattasi fino al V secolo quando poi il territorio venne completamente abbandonato.
        Sono ipotesi, già avanzate in passato, che sembrano essere confermate da dati e tracce emersi nell’ambito dei lavori di messa in sicurezza, restauro e consolidamento dell’Insula Meridionalis. Come pubblicato sull’E-Journal degli Scavi di Pompei si tratta di evidenze di persone che tornarono sul luogo del disastro e che a un certo punto cominciarono ad abitare stabilmente tra le rovine dei piani superiori riaffioranti ancora tra la cenere. Così, nelle antiche case e strutture ritornava la vita, ma gli ambienti che una volta erano al pianterreno ora diventavano scantinati e caverne, dove si allestivano focolari, forni e mulini.
        Sicuramente ci furono dei sopravvissuti all’eruzione, come fanno intuire anche iscrizioni con nomi pompeiani da altri centri campani. Ma evidentemente non tutti avevano i mezzi per ricominciare una nuova vita altrove. Si potrebbe spiegare così il perché alcuni abitanti siano tornati nella città distrutta, di cui comunque si intuivano ancora i piani superiori degli edifici.
        Agli antichi abitanti si potrebbero essere aggiunti altri arrivati, che non avevano nulla da perdere. Inizialmente si viveva in una specie di deserto di cenere, ma presto la vegetazione tornò a prosperare.
        Oltre a un posto per vivere, Pompei offriva la possibilità di scavare nel sottosuolo, dove si potevano trovare oggetti di valore. Tale situazione, che rischiava di svilupparsi fuori controllo, era forse il motivo per cui l’imperatore Tito mandò due ex consoli quali “curatores Campaniae restituendae”: oltre a promuovere una rifondazione di Pompei e Ercolano, avevano il compito di occuparsi dei beni di chi non aveva lasciato eredi per darli alle “città afflitte”. Tuttavia il tentativo di rifondazione fu un fallimento, in quanto il sito non diventò mai più il centro vitale che era stato prima dell’eruzione.
        Piuttosto, a giudicare dai dati archeologici, doveva essere un agglomerato dove le persone vivevano in condizioni precarie e senza le infrastrutture e i servizi tipici di una città romana.
        Ciò non impedì che questa forma di insediamento si protraesse fino alla tarda età antica, ovvero fino al V secolo d.C., quando, forse in concomitanza con un’altra devastante eruzione (detta “di Pollena”), venne definitivamente abbandonata.
        “L’episodio epocale della distruzione della città nel 79 d.C.
        ha monopolizzato la memoria – commenta il direttore del sito e co-autore dell’articolo sui nuovi ritrovamenti, Gabriel Zuchtriegel. – Le tracce flebili della rioccupazione del sito sono state letteralmente rimosse e spesso spazzate via senza alcuna documentazione. Grazie ai nuovi scavi il quadro diventa ora più chiaro: riemerge la Pompei post 79, più che una città un agglomerato precario e grigio, una specie di accampamento, una favela tra le rovine ancora riconoscibili della Pompei che fu.
        Noi archeologi in questi casi ci sentiamo come gli psicologi della memoria sepolta nella terra: tiriamo fuori le parti rimosse dalla storia”.
       

    Riproduzione riservata © Copyright ANSA

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