Se Flavio Nuccitelli ha scelto di chiamare il suo ultimo romanzo pubblicato da Fandango Libri Quando fuori è buio è perché voleva smascherare il castello di apparenze che troppo spesso ci costruiamo attorno per sentirci apprezzati dagli altri: «Tutti indossiamo una maschera che può o meno assomigliarci e che scegliamo di mettere per attraversare indenni la realtà che viviamo. Il buio è da una parte il momento in cui questa maschera si allenta e dall’altra il momento in cui, se non ci siamo detti la verità sui noi stessi, riusciamo a esplorare i desideri che nascondiamo durante il giorno». Attraverso il racconto di quattro personaggi che si incontrano casualmente Nuccitelli, story editor di serie internazionali come Il miracolo e Anna di Niccolò Ammaniti e We Are Who We Are di Luca Guadagnino, ma anche sceneggiatore di serie come Un posto al sole, cerca di raccontare cosa voglia dire avere trent’anni oggi e, soprattutto, cosa voglia dire seppellire troppo in fondo quello che siamo e quello che vogliamo per essere accettati dagli altri. Il tutto mentre Frenesia, il suo primo romanzo vincitore del Rainbow Award 2022 sezione Cultura, è stato opzionato dalla società di produzione statunitense Stampede Ventures per realizzarne un film.
Pensa che i trentenni di oggi abbiano su di sé il peso dell’apparenza più di altre generazioni?
«Avere 30 anni corrisponde al momento in cui la società ti considera adulto. Se hai 30 anni è implicito che tu debba avere una casa, una famiglia e un figlio, come se fosse un banco di prova per vedere se sei all’altezza e per aiutarti a dimostrare a tutti di non essere più un ragazzino. Penso che, siccome oggi viviamo più che mai nella società della performance, le cose vengano inevitabilmente amplificate, senza contare che a 30 anni oggi è più difficile, per esempio, avere una casa di proprietà e un lavoro stabile. Nonostante questo, la società ci chiede uno sforzo immane per rimanere al passo e in equilibrio, considerando anche che tendiamo a essere meno visibili possibile per non essere esposti e, quindi, attaccati».
Non pensa che, in qualche maniera, questa società performativa ci porti, invece, a essere visibilissimi e a metterci spesso al centro dell’attenzione?
«Certo, il problema è essere adatti e validi per qualunque occasione. Una sfida abbastanza ardua, in un mondo così polarizzato come quello che viviamo».
Lei ha mai sentito su di sé il peso della performance?
«No, perché è una gara a cui proprio non riesco a giocare. Infatti non sono uno che sta così tanto su Instagram e che ama mostrare quello che fa. Questo non vuol dire che io sia meglio o peggio, è che parliamo davvero di uno stress che faccio fatica a gestire. Preferisco fare un passo indietro e parlare con le mie storie, cercando di dare la mia visione della società, della politica e del mondo lì. È una cosa che maneggio con più sicurezza e che mi permette di avere un filtro di cui non potrei fare a meno».
Stefania Casellato
Tornando all’adolescenza, Flavio Nuccitelli voleva essere visto?
«Mi sono reso conto a posteriori e, ovviamente, dopo anni di analisi di essere riuscito a farmi vedere quando ho deciso di fare coming out, quando ho iniziato ad affermarmi come presenza sociale e come individuo decidendo per me stesso. Uscire dall’adolescenza propriamente intesa e fare quel paso è stato uno spartiacque, come se avessi detto: guardatemi, che vi piaccia o meno».
Quando ha fatto coming out?
«A 20 anni. Entrare in analisi mi ha permesso di capire meglio il funzionamento di certe cose, come capita ai bambini di aprire gli orologi per comprendere cosa permetta alle lancette di muoversi. Da quel momento la scrittura è diventata il mezzo attraverso il quale scompongo quello che mi circonda».
Con chi ha fatto coming out per prima?
«Con un’amica. L’ho portata in un bar fuori dal nostro quartiere e le ho detto che mi stavo frequentando con una persona che era un ragazzo. Lei mi ha guardato e mi ha detto, quindi? Nella mia testa credevo sarebbero crollate le pareti, che tutti i camerieri si sarebbero girati e che la musica del locale avrebbe smesso di suonare. Questo non reazione, che ho trovato anche negli altri, mi ha fatto capire che era semplicemente una parte di me, e basta».
Il tema dell’omosessualità è forte in Frenesia e un po’ più sottotraccia in Quando fuori è buio.
«Penso che abbia a che fare con la volontà di usare le mie storie per prendere una posizione e per provare a dare qualcosa. Abbiamo fatto tanti passi avanti sulla questione ma, nonostante questo, fare coming out è ancora un privilegio, visto che tante persone al mondo non possono farlo. Mi piace raccontare il momento in cui riesci davvero a dirti la verità su te stesso e a decidere che tipo di adulto vuoi diventare o che tipo di adulto non vuoi più essere, magari provando a cambiare le cose».

