La sua abilità nel mescolare generi e culture lo ha reso una figura di spicco nella scena della musica elettronica contemporanea. Andrea Mangia, in arte Populous, producer e dj ha fatto della sperimentazione e della contaminazione musicale la sua cifra stilistica. Partito da Lecce ha esplorato il mondo alla ricerca di nuove sonorità, mescolando elettronica, world music e ritmi tropicali, spesso in collaborazione con artisti internazionali.
Ad aprile è uscito il suo ultimo progetto Isla Diferente, realizzato a Lanzarote. L’isola, con i suoi paesaggi lunari, il vento incessante e i contrasti cromatici, ha ispirato un sound che intreccia ambient, elettronica e ritmi latini sperimentali. Questo nuovo lavoro è il proseguimento naturale del percorso iniziato con Azulejos (2017), il primo esperimento italiano di cumbia elettronica, registrato a Lisbona campionando ossessivamente sonorità elettro afro e latine.
Negli anni, Populous ha pubblicato con etichette di prestigio come Warp Records e si è esibito su palchi internazionali, dal Primavera Sound al SXSW. Le sue collaborazioni spaziano dalla scena musicale italiana – con artisti come Myss Keta e Vasco Brondi – al mondo della moda, curando le colonne sonore delle sfilate di Gucci, Vivienne Westwood e Missoni. Populous sarà in tour tutta l’estate con un dj set che toccherà il 12 luglio manifestazioni come il Gaeta Jazz Festival e l’11 agosto il Locus Festival di Ostuni. Il 25 settembre partirà dal Romaeruopa Festival,al Mattatoio di Roma, il tour live accompagnato dai visual dell’artista Furio Ganz, che toccherà le principali Capitali d’Europa. Un successo che nasce dal profondo senso di libertà, sensualità e di connessione misteriosa della sua musica con i luoghi che la ispirano.
Isla Diferente nasce da un’esperienza di residenza artistica a Lanzarote. Come ci è arrivato e cosa cercava in quest’isola?
«Ho scoperto Lanzarote durante una vacanza con amici e l’ho trovata surreale, una sorta di “Islanda tropicale”. Così quando ho sentito il bisogno di nuovi stimoli per comporre, qualcosa che unisse staticità e movimento, mi è balenata “lei” e ho pensato a una coppia di ragazzi conosciuta lì, che stava avviando un progetto di residenze artistiche eco-chic. Li ho contattati e, con il loro benestare, mi sono trasferito tra gennaio e febbraio dell’anno scorso. Immerso nella natura, in uno spazio curato e ricco di creatività, ho trovato l’ispirazione che cercavo».
Le prime vibrazioni che hai percepito sull’isola?
«Più che un musicista, mi considero un esteta, un appassionato di arte e bellezza. La prima cosa che mi ha colpito di Lanzarote è stata la sua palette di colori: il nero intenso della roccia vulcanica, il bianco brillante delle case, gli infissi verdi. Anche la luce ha un ruolo fondamentale, e persino la calima – il vento che porta la sabbia dal Sahara, tingendo il cielo di bianco – aggiunge sfumature uniche. L’impatto visivo di Lanzarote è stato immediato e potente. Nel disco c’è una traccia, Blanco y Verde, che è un omaggio proprio a questa estetica dei contrasti».
Come è nato il brano Objetos Enterrados?
«La melodia è stata ideata a Lanzarote, mentre gli arrangiamenti li ho fatti a Milano con un amico produttore. Durante il processo, ho scoperto su NTS un brano sconosciuto degli anni ’60: una ninna nanna cantata da un’artista israeliana nota per il suo messaggio di pace. Abbiamo provato a ottenere i diritti, ma nessuno ci ha mai risposto. Così l’abbiamo ricreata da zero, con le voci manipolate digitalmente di Elasi e Macueo, che hanno dato al brano un tocco “stregato”. Il titolo richiama le registrazioni “sepolte” che non abbiamo potuto usare e un’opera di César Manrique vista a Lanzarote, nascosta in spazi interrati scavati nella roccia. Il brano è un’alchimia di arte, spazio e memoria».
La copertina dell’album Isla diferente (Latinambient). In alto, foto di Piero Percoco.
Isla Diferente è permeato di atmosfere crepuscolari che sfumano nel buio. La notte più magica che ha vissuto?
«Sei anni fa ad Acapulco, al festival Trópico. Una notte indimenticabile! Ho suonato sulla spiaggia, con l’oceano alle spalle e un cielo basso, fitto di stelle. È stata la prova, importantissima per me, che la mia musica funzionava anche con le persone native dei luoghi le cui sonorità hanno ispirato tutto il mio lavoro. La gente era molto felice e io mi sono sentito una cosa sola con il pubblico».
Era la prima volta che suonava in America Latina?
«Non solo, era anche la prima volta in assoluto che ci andavo. Da allora sono tornato in Messico ogni anno perché il mio posto preferito al mondo è Città del Messico. C’è qualcosa quando viaggiamo, quando arriviamo in un posto, che ci fa dire: qui ci vivrei! Posti con i quali sentiamo una connessione immediata, istintiva, e per me Città del Messico è stato uno di questi».
Che cosa l’ha fatta sentire a casa?
«Città del Messico è incredibilmente viva, con un fermento artistico e musicale unico. Negli ultimi anni, molte tendenze musicali affondano le radici nella cultura latina, che qui si mescola con influenze globali creando qualcosa di completamente nuovo. È un punto d’incontro tra tradizione e sperimentazione, imprescindibile per chi vuole capire dove sta andando la musica. Nonostante tutto, la città mantiene una forte autenticità. Ha un clima perfetto, è piena di verde, la cucina è un tripudio di sapori, insomma ti arrivano stimoli da tutte le parti. Il Parque de Chapultepec, per esempio, è un intreccio magico di arte, natura e vita quotidiana. Ma più che nelle attrazioni classiche, la vera bellezza di Città del Messico sta nel suo mood, nella sua energia. Un museo a cielo aperto, tra murales, street art e artigianato. Se sei un artista, un architetto, un musicista, qui trovi ispirazione ovunque. Per un esteta come me, è impossibile non amarla».
Il suo progetto precedente, Azulejos, invece è nato a Lisbona. Che cosa l’ha colpita di questa città?
«Il suo mix unico di cultura elettronica e influenze africane. Mi sono trasferito lì per due mesi, esplorando mercatini e negozi di dischi, comprando solo vinili di musica africana e sudamericana, e ho campionato esclusivamente quei suoni per creare l’album. Nel frattempo, mi sono innamorato della città, dei suoi tramonti mozzafiato. Mi ha ricordato Napoli, che amo profondamente: entrambe si affacciano a ovest e regalano cieli spettacolari al calar del sole. Il nome Azulejos è un omaggio alle piastrelle colorate che rivestono le case tradizionali, un simbolo estetico che ho voluto trasformare in suono».
Cosa la spinge a viaggiare alla ricerca dei suoni della terra e delle culture del mondo?
«Sono curioso per natura e poco interessato alle cose materiali. Appena posso, investo i miei risparmi nei viaggi: ho bisogno di nutrirmi di novità. Non solo musicali, ma anche di usanze, profumi, colori. I colori, in particolare, mi affascinano: più un luogo ha una forte identità cromatica, più mi attrae. Penso alla palette unica di Marrakech. Parto dalle sensazioni cromatiche e poi mi concentro sui field recordings (la registrazione dei suoni sul campo ndr). Spesso è più una scelta romantica che funzionale: un suono ambientale non cambia il valore di una registrazione, ma aiuta a contestualizzare e immergere l’ascoltatore nel mondo sonoro che voglio raccontare».
Il posto con i suoni ambientali più sorprendenti?
«Direi l’Uruguay. Alloggiavo in un hotel isolato, sulla Laguna del Sauce. Il primo giorno, all’alba, sono uscito a passeggiare lungo il lago, non c’era nessuno, solo natura e suoni mai sentiti di animali, uccelli, acqua, vita. Il giorno dopo sono tornato con un microfono, ispirato anche dal lavoro di Lechuga Zafiro, un produttore uruguaiano che aveva creato un intero album con i suoni ambientali del paese. Da lì, ho attraversato l’Uruguay, dal Brasile all’Argentina, raccogliendo un archivio sonoro ricchissimo».
Una foto di Lanzarote scattata da Andrea Mangia. Populous sarà in tour tutta l’estate con il suo dj set e dal 25/9, con una tappa al Romaeuropa Festival, in poi sarà in tour in tutta Europa con i visual dell’artista Furio Ganz.
Quale cultura o incontro ha segnato il cambiamento più importante nella sua carriera?
«L’incontro con la cumbia (la musica popolare colombiana ndr) è stato sconvolgente, ha rivoluzionato il mio modo di intendere il ritmo. C’è qualcosa di magico nella sua scansione ritmica, ho capito che la musica ballabile non deve per forza essere veloce. In Colombia, il ritmo è ovunque: per strada, in taxi, nei ristoranti. È un sottofondo costante che ti accompagna e ti ispira. Questa scoperta ha segnato un punto di svolta nel mio lavoro».
Torniamo a casa, alle radici. La sua terra d’origine, il Salento, è ricca di storia e cultura, eppure per molto tempo non l’ha ispirata, come mai?
«Mi ci è voluto un po’ per capirlo, ma alla fine si torna sempre a casa. Da ragazzo mi vedevo altrove, in Nord Europa, Svezia, Islanda… Per anni ho avuto un’etichetta a Berlino, il mio mondo era quello, lontano dal Salento. Poi qualcosa è cambiato. Ho iniziato a sentire più forte le mie radici, forse anche grazie all’energia creativa che negli ultimi anni ha trasformato la Puglia in un crocevia culturale. L’estate porta festival, arte, musica, moda ovunque. Ho anche capito che ciò che più mi affascina nella musica è il ritmo, e il ritmo è l’anima della musica salentina, della pizzica, come di quella latina. Questa consapevolezza mi ha fatto riscoprire il legame con la mia terra. Ora vivo metà dell’anno in Salento, l’altra metà a Bassano del Grappa».
Come mai proprio Bassano del Grappa?
«Perché mi sono sposato e mio marito è Veneto. Bassano è un posto che mi fa stare davvero bene. È una cittadina molto viva forse per la presenza di aziende di moda e design intorno alle quali orbitano creativi. Inoltre tutto il circondario ha un forte legame con il mondo del clubbing. Mi piace perché adoro i posti piccoli, circondati dalle montagne e attraversati dal fiume. Alta qualità della vita, silenzio ma anche tanta movida, Bassano è piena di locali. Se ami la vita non puoi non apprezzarla. Un altro posto del cuore in cui mi riconcilio con me stesso».
Mistero, sensualità, spiritualità sono gli ingredienti del suo genere ambient: c’è un luogo in cui ha trovato tutte insieme queste caratteristiche?
«Lungo la strada che costeggia la costa adriatica da Otranto a Santa Maria di Leuca. Durante il lockdown, quel paesaggio vigoroso e desolato mi ha ispirato profondamente, rivelandomi la sua vera essenza lontano dal caos estivo, il mistero, la bellezza sensuale e la spinta alla spiritualità che trovo nel mare. Un luogo speciale è il faro di Punta Palascia, legato ai miei ricordi d’infanzia e ancora oggi fonte di ispirazione. Amo i luoghi dove il mare domina il paesaggio, come Lanzarote. Il Salento, con il suo mare su tre lati e i suoi cieli cangianti, ha la stessa forza evocativa».
Dove ambienterà il suo prossimo progetto musicale?
«Ho già pronta la valigia per il Giappone. Sento il bisogno di un posto in cui sentirmi al sicuro in ogni momento della giornata e credo di aver trovato quello giusto. Viaggiare in Sudamerica è stato incredibile, ma anche impegnativo, devi essere sempre vigile, trovare soluzioni, non stacchi mai davvero. Ora voglio rilassarmi e scoprire nuovi stimoli sonori. Il Giappone ha una storia musicale minimalista affascinante, da Ryuichi Sakamoto a Hiroshi Yoshimura. Voglio andare a scoprire quel mondo. Di persona».
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