C’è una prima apparente svolta nelle indagini sul disastro del volo Air India 171, schiantatosi dopo il decollo con 242 persone a bordo, lo scorso 12 giugno, risparmiando la vita ad un solo passeggero: secondo le prime valutazioni degli inquirenti, il velivolo non aveva problemi tecnici, mentre le analisi si starebbero concentrando sulle azioni dei piloti, o comunque di chi era in cabina, perché gli interruttori per l’afflusso di carburante ai due motori risultano essere stati disattivati. Intenzionalmente o accidentalmente.
Il Wall Street Journal, che ha pubblicato questo sviluppo, ricorda che il Boeing 777 Dreamliner, entrato in servizio nel 2011, è popolare tra le compagnie di tutto il mondo ed è comunemente utilizzato su rotte internazionali a lungo raggio, vantando un eccellente record di sicurezza. Finora inoltre né la Federal Aviation Administration né i produttori di aerei e motori hanno emesso bollettini di servizio o direttive di sicurezza per affrontare un potenziale problema di questa flotta. Come invece sarebbe necessario se indagini su anomalie o incidenti evidenziassero carenze nella progettazione, nella manutenzione o nelle procedure operative.
L’assenza di un guasto all’Air India sarebbe stata confermata anche nei primi rilievi fatti da funzionari americani che collaborano con gli indiani. I loro risultati indicano che gli interruttori che controllavano il flusso di carburante ai due motori del jet sono stati disattivati, causando un’apparente perdita di spinta poco dopo il decollo, hanno affermato le fonti al Journal. I piloti usano gli interruttori per avviare i motori, spegnerli o resettarli in certe emergenze e ora si cerca di capire se quel giorno siano stati disattivati ;;in via accidentale o intenzionale, e se sia stato tentato un reset.
L’Air Accident Investigation Bureau indiano, a capo dell’inchiesta, non ha risposto ad una richiesta di commento del Wsj, ma un funzionario dell’aviazione civile locale, Murlidhar Mohol, nei giorni scorsi aveva parlato di “incidente molto raro”, perché “non è mai successo che entrambi i motori si siano spenti contemporaneamente”. In generale, i funzionari indiani hanno rilasciato poche informazioni al pubblico su questo caso, alimentando una certa frustrazione nei confronti del governo americano e dai funzionari del settore, vista la lentezza con cui le informazioni contenute nelle scatole nere sono state analizzate e condivise. Del resto, ricorda il Wsj, la posta in gioco per determinare i fattori che hanno portato a un incidente è alta e ha implicazioni per tutte le parti coinvolte. In questo caso, Air India è la compagnia più antica del paese e ha lavorato per rilanciare le sue operazioni dopo decenni di proprietà statale. Mentre per la Boeing si tratta del primo incidente mortale che coinvolto il Dreamliner, in un momento in cui l’azienda sta cercando di riprendersi da una serie di problemi di sicurezza e qualità.
Nel caso si accerti che l’incidente dell’Air India sia stato provocato da un atto deliberato, si dovrebbe tornare indietro a dieci fa per il precedente: il volo Germanwings 9525, in servizio da Barcellona e Dusseldorf, che il 25 marzo 2015 si schiantò su una montagna per colpa del primo ufficiale Andreas Lubitz, che si era barricato dentro la cabina di pilotaggio, approfittando dell’uscita del comandante, avviando una discesa controllata del velivolo fino all’impatto. Già curato per tendenze suicide e dichiarato inabile al lavoro, Lubitz aveva tenuto nascosto tutto alla compagnia.
L’ombra di atto intenzionale si è allungata anche sul volo MH370 della Malaysia Airlines, Kuala Lumpur-Pechino, che l’8 marzo 2014 scomparve dai sistemi di localizzazione nell’Oceano Indiano e non fu mai ritrovato. Una teoria riproposta diverse volte ha sostenuto che si fosse trattato di un’azione suicida del pilota, il 53enne Zaharie Ahmad Shah, che prima di sparire dei radar aveva cambiato rotta in direzione dello stato di Penang, dove era nato.
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