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    Home»Breaking News»Mafia e appalti: il mistero delle bobine mai distrutte e ritrovate a Palermo
    Breaking News

    Mafia e appalti: il mistero delle bobine mai distrutte e ritrovate a Palermo

    admin5698By admin56985 Luglio 2025Nessun commento4 Minuti di lettura
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    Mafia e appalti: il mistero delle bobine mai distrutte e ritrovate a Palermo
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    AGI – Né le bobine né i brogliacci dell’inchiesta Mafia e appalti, nel filone legato alle intercettazioni trasmesse da Massa Carrara nel 1991, erano stati distrutti. Il ritrovamento da parte della Guardia di finanza di Caltanissetta, in un archivio della sede palermitana, conferma quanto aveva raccontato al momento dell’apertura dell’inchiesta nissena uno dei due ex pm di Palermo indagati, Gioacchino Natoli: l’ordine di distruzione delle bobine, a sua firma (e con un intervento relativo alle bobine attribuibile, secondo chi indaga, all’altro ex magistrato sotto inchiesta, Giuseppe Pignatone) era un prestampato compilato come migliaia di altri e comunque non era stato eseguito. Perché da qualche parte le bobine e i brogliacci c’erano: cosa provata solo adesso.

    Il possibile collegamento con la strage di via D’Amelio

    L’argomento sarebbe stato fra i temi dell’interrogatorio-fiume dell’ex rappresentante dell’accusa nel processo Andreotti, ascoltato a Caltanissetta dai pm che vogliono chiarire l’eventuale relazione tra la strage di via D’Amelio e il presunto insabbiamento dell’indagine sui legami tra i gruppi imprenditoriali del Nord (Panzavolta, Ferruzzi, Gardini) e i clan mafiosi dei costruttori Antonino e Salvatore Buscemi e Franco Bonura.

    Il ruolo del Ros e l’interesse di Paolo Borsellino

    Una pista suggerita a più riprese anche dai carabinieri ex del Ros, come Mario Mori e Giuseppe De Donno, che da sempre sostengono il grande interesse di Paolo Borsellino, ucciso proprio in via D’Amelio, per il dossier redatto dal Raggruppamento operativo speciale. Poco rilevanti, invece, secondo la procura palermitana dell’epoca, guidata da Pietro Giammanco prima e da Gian Carlo Caselli poi, erano stati quegli input del Ros. Così come – sempre secondo i pm del 1991-’92 – irrilevanti erano anche i contenuti arrivati dalla Procura toscana. Mandati in realtà anche ad altri uffici inquirenti, tra cui Roma, che non approfondirono neanche loro gli spunti investigativi, né li ritrasmisero ai colleghi di altri uffici.

    Imprenditori del Nord e appalti in Sicilia

    Il punto ora è se quel fascicolo di Massa Carrara avrebbe potuto rafforzare il convincimento – provato solo a partire dal 1997, con l’inchiesta e il terzo processo Mafia e appalti – dei legami tra imprenditori del Nord e mafie siciliane, in grado di garantire gli interessi e di spianare la strada nelle gare d’appalto. Il patto del tavolino, che avrebbe legato Filippo Salamone, imprenditore agrigentino amministratore della Impresem, Lorenzo Panzavolta, amministratore della Calcestruzzi Spa (gruppo Ferruzzi-Gardini), e Giovanni Bini della Calcestruzzi Ravenna, fu provato al termine di un lungo e contrastato processo, con le condanne definitive solo nel 2008.

    Non fu semplice, quell’inchiesta, perché nacque dalla sofferta collaborazione di Angelo Siino, il cosiddetto ministro dei lavori pubblici di Totò Riina, condannato nel primo filone. Prima confidente, a lungo registrato di nascosto dal colonnello dei carabinieri Giancarlo Meli, Siino si pentì dopo il secondo arresto del ’97 e rivelò il livello di collusione tra imprenditori, mafia e politica.

    Le domande ancora aperte

    Le intercettazioni di Massa Carrara avrebbero potuto anticipare le indagini? La volontà di Borsellino di scoperchiare quel pentolone fu decisiva per la sua eliminazione? Ci fu una sottovalutazione degli spunti arrivati dalla Toscana e, se sì, quale fu il ruolo dei due pm – entrambi con carriere importanti nella lotta alla mafia – in questa vicenda?

    L’indagine della Dda di Caltanissetta

    Queste sono le domande a cui devono dare una risposta il pool investigativo della Dda di Caltanissetta, coordinato da Salvatore De Luca, e il gruppo investigativo della Guardia di finanza, guidato dal colonnello Stefano Gesuelli, che indagano anche su un loro collega, il generale Stefano Screpanti: anche quest’ultimo, quando era capitano tra il 1991 e il 1992, avrebbe contribuito consapevolmente alla sottovalutazione. Che comunque non salvò gli imprenditori, né portò alla distruzione delle possibili prove.

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