Lavorano ogni giorno per cambiare le cose. Sono attivisti, studenti, operai, volontari, persone che si ostinano a credere che la giustizia, la Costituzione, i diritti siano ancora una faccenda concreta, da coltivare nel quotidiano. È da loro che parte Materiali resistenti. Fare la cosa giusta in un Paese che sbaglia, il libro (uscito per Piemme) firmato da Marianna Aprile e Luca Telese: una mappa di storie vere e ostinate, di «operosa speranza», come la chiamano loro. Un «arsenale di idee» contro i tempi feroci, un gesto di fiducia nella possibilità, per quanto faticosa, di invertire la rotta del Paese.
Dalle disobbedienze civili di Marco Cappato alle battaglie legali di Filomena Gallo, alla voce di chi vive senza cittadinanza in un Paese che ancora non lo riconosce, i due autori raccontano donne e uomini che «resistono», con uno sguardo che viene dalla televisione e dalla radio, ma che sceglie la scrittura per dare respiro a storie che non trovano sempre spazio nei palinsesti.
Ne abbiamo parlato con Marianna Aprile, che da qualche giorno è tornata su La7 con In onda, insieme a Luca Telese.
Perché questo libro?
«La scorsa estate, con Luca, con cui lavoro da anni, ci siamo detti che sarebbe stato bello mettere insieme le storie che, nel tempo, ci eravamo raccontati a vicenda. Storie che ci avevano colpito e che erano tutte legate da un filo rosso: la difesa di quei principi e diritti scritti divinamente nella Costituzione, ma troppo spesso disattesi nella prassi e traditi dalla politica. La televisione ha ritmi che non sempre permettono di dare alle storie il respiro che meritano, così abbiamo deciso di usare la carta per concedere loro spazio e tempo. La nostra selezione non pretende di essere esaustiva: ci sono moltissime storie resistenti, e ne emergono sempre di nuove. La nostra ambizione era accendere un faro su chi, da solo o in gruppo, si organizza per provare a cambiare le cose».
Chi sono i protagonisti?
«Penso a Marco Cappato, alla sua Associazione Coscioni, all’avvocata Filomena Gallo che portano avanti un lavoro artigianale e tenace di “manutenzione dei diritti”, passando in Cassazione e alla Corte costituzionale. La legge 40, per esempio, è stata smantellata sentenza dopo sentenza proprio grazie a questo tipo di azione. E se oggi è possibile parlare di suicidio assistito è perché alcuni cittadini, con consapevolezza e coraggio, hanno trasformato le loro malattie in battaglie civili. O penso a Marco Bazzoni, operaio nella provincia di Firenze: ogni giorno aggiorna un file Word con i nomi e le storie delle persone morte sul lavoro: non lo fa per mestiere, lo fa per senso civico, perché avverte l’ingiustizia. Quando può, contatta le famiglie di chi ha perso la vita e le aiuta a districarsi nel momento peggiore con le competenze che ha acquisito, come se fosse uno zio premuroso. Anche quella è resistenza».
Poi c’è Gino Strada.
«Ha fatto, ha costruito, ma soprattutto ha lasciato tanto. La sua morte è stata una perdita enorme, ma ciò che ha seminato continua a crescere: la nave Life Support di Emergency, che è salpata dopo la sua morte, fa esattamente quello che farebbe se lui fosse ancora in vita. Ma ci sono anche quei giovani filmmaker milanesi, quelli di A think by, che hanno deciso di documentare il ghetto di Borgo Mezzanone, a sud est di Foggia e poi, invece di andarsene e basta, hanno continuato ad interessarsene e vi hanno istituito corsi di lingua per aiutare gli abitanti: una forma concreta di costruzione di comunità, di tutela del diritto allo studio e al futuro».
Avete definito il libro un «anticorpo» contro i tempi feroci. Un segno della durezza del presente?
«Abbiamo visto, in pochi anni, trasformarsi l’idea di salvare vite in mare da gesto umanitario a reato. È accaduto quasi sotto silenzio. Mare Nostrum era un’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni europee: chi affoga, si salva. Ma, a un certo punto, questo semplice principio è stato dismesso, e sono rimaste solo le Ong. E sono state appellate i “taxi del mare”, i “pirati”, gli “spronatori”. È cambiata la narrazione, è cambiata la percezione. E ora, se un migrante muore, basta che lo faccia lontano dai nostri occhi. È un approccio miope. Le persone, come vuole la natura umana, continueranno a migrare, e i flussi non si fermano: conviene regolarli — se non per umanità, almeno per convenienza. Lo dicono i dati: abbiamo bisogno di migranti inseriti nei circuiti legali e produttivi. Ma tirare via le navi non è il modo giusto per affrontare il problema».
Vi siete arrabbiati, mentre raccoglievate le storie?
«Ci siamo arrabbiati tantissimo. E ci siamo emozionati altrettanto. Ogni storia ci ha coinvolto, anche perché le conoscevamo di persona. Io, per esempio, non riesco a mai raccontare la mia esperienza su Live Support senza commuovermi. O a parlare dei ragazzi di Borgo Mezzanone senza entusiasmarmi. O a pensare a Liliana Segre, che per il suo impegno riceve odio, al punto da dover vivere sotto scorta a quasi 95 anni, senza arrabbiarmi».

