L’adenomiosi è una delle cause principali di fallimento dell’impianto e aborto spontaneo nelle tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita. Patologia «sorella» dell’endometriosi, in Italia colpisce fino a 1 donna su 5 in età fertile. Si tratta di una patologia ginecologica benigna, caratterizzata dalla presenza di tessuto endometriale (quello che normalmente riveste l’utero) all’interno del miometrio, lo strato muscolare dell’utero. Un fenomeno che provoca ispessimento della parete uterina, causando mestruazioni abbondanti, dolori pelvici e, in molti casi, difficoltà a concepire, appunto.
Un nuovo studio realizzato da IVI – uno dei principali gruppi internazionali specializzati nella riproduzione medicalmente assistita – e presentato al 41° Congresso della Società europea di Riproduzione umana ed embriologia (ESHRE) di Parigi, ha dimostrato l’efficacia di un nuovo protocollo che raddoppia le possibilità di gravidanza.
Che cos’è il nuovo protocollo ormonale per le donne con adenomiosi
Il nuovo protocollo ormonale mostra come una combinazione di GnRH agonista e inibitore dell’aromatasi, somministrata prima del transfer embrionario, raddoppi il tasso di gravidanza rispetto ai trattamenti standard. I dati arrivano da uno studio clinico guidato dal dottor Mauro Cozzolino, Specialista in Medicina Della Riproduzione, direttore del Centro IVI di Bologna, condotto presso IVI Roma su donne tra i 30 e i 49 anni con una forma di adenomiosi chiamata adenomioma, analizzando trasferimenti di embrioni congelati. Le pazienti che hanno seguito un trattamento ormonale specifico – composto da due mesi di terapia per bloccare gli ormoni ovarici, seguiti da tre settimane di un secondo farmaco – hanno ottenuto quasi il doppio delle gravidanze rispetto a chi ha ricevuto il trattamento standard: 47% contro 26%. Anche il numero di gravidanze confermate ecograficamente è stato nettamente superiore: 66% nel gruppo trattato, rispetto al 33% nel gruppo di controllo.
«Sono risultati molto significativi, e segnano un importante passo avanti nel trattamento di una condizione spesso sottovalutata», ha evidenziato Cozzolino. «L’adenomiosi è caratterizzata da un eccesso di estrogeni e da uno stato infiammatorio cronico che compromettono la recettività dell’endometrio. Con questo protocollo riusciamo a spegnere il fuoco ormonale che alimenta la malattia e a migliorare significativamente gli esiti nei trattamenti di fecondazione assistita».
Alla base della patologia: cause, diagnosi, farmaci
Differenza tra endometriosi e adenomiosi
Abdul Rauf
Il protocollo ormonale adottato da IVI agisce sul meccanismo alla base della malattia. Il primo farmaco blocca la produzione di estrogeni da parte delle ovaie, mentre il secondo riduce l’effetto degli estrogeni presenti nei tessuti dell’utero. Questo abbassa l’infiammazione, riduce le contrazioni dell’utero e migliora le condizioni per accogliere l’embrione.
E c’è di più: questo trattamento sembra aumentare la presenza di alcune molecole, chiamate integrine, che aiutano l’embrione ad «attaccarsi» meglio all’endometrio (la parete interna dell’utero). Anche tenendo conto di fattori come l’età della paziente, il peso, la qualità degli embrioni e lo stato dell’endometrio, il trattamento ha continuato a dimostrare la sua efficacia.
«Questa combinazione funziona perché agisce sulle radici biologiche della malattia», precisa lo specialista. «Adenomiosi ed endometriosi sono malattie “sorelle”, condividono una base genetica e infiammatoria comune: tutto parte da una mutazione dell’oncogene K-ras, che altera l’endometrio rendendolo resistente al progesterone. Il nostro approccio permette di ridurre il rischio di aborti e aumentare il numero di bambini nati», aggiunge. «Per noi, questo protocollo è già lo standard nei casi di adenomiosi. Non eseguiamo transfer senza questo pretrattamento».
Oggi sappiamo che 1 donna su 5, in Italia, soffre di adenomiosi. Dottor Cozzolino, che cosa è cambiato sul fronte della diagnosi?
«La diagnosi di adenomiosi è sempre stata difficile perché si basava solo su conferme istologiche dopo isterectomia. Oggi, grazie all’ecografia esperta, possiamo diagnosticare la patologia in modo non invasivo, ma servono competenze specifiche: una donna con dolori mestruali persistenti o sanguinamenti anomali, deve essere valutata da un ginecologo esperto in ecografia, perché molti casi vengono ancora ignorati o sottovalutati. In generale, siamo comunque diventati più capaci di diagnosticare questa patologia anche perché le macchine che abbiamo a disposizione non sono le stesse di 20 anni fa».

