«Nessuno dovrebbe affrontare da solo un dolore così complesso, soprattutto quando è accompagnato da un senso — reale o percepito — di responsabilità». Valentina Di Mattei, presidente dell’Ordine degli psicologi della Lombardia, commenta così la tragica morte di Matteo Formenti, pochi giorni dopo l’annegamento del piccolo Michael.
A livello psichico, come si spiega quel che è successo nel bosco di Cologne?
«In casi così delicati, ogni ricostruzione psicologica deve essere fatta con grande prudenza e rispetto ed è fondamentale attendere che le autorità chiariscano con precisione i fatti. Detto questo, quando accade una tragedia che coinvolge la morte di un bambino e la successiva morte di un adulto legato a quell’evento, entriamo nel territorio del trauma psichico profondo».
Cosa intende?
«Il trauma non è solo ciò che accade fuori, ma ciò che accade dentro: è una frattura improvvisa dell’equilibrio, una perdita di senso che può sopraffare completamente la persona».
È quel che potrebbe essere accaduto a Matteo Formenti?
«Ogni reazione traumatica va compresa alla luce della storia personale e psicologica dell’individuo, del suo contesto relazionale, delle sue risorse interne e delle condizioni emotive al momento dell’impatto. Le stesse circostanze possono essere vissute in modi profondamente diversi da persone diverse. E senza questi elementi, ogni lettura rischia di essere parziale. Nel caso di Formenti, si può però ipotizzare che abbia vissuto un carico emotivo enorme: la tragedia vissuta sul luogo di lavoro, l’identificazione da parte delle autorità, la possibilità di un’indagine in corso. Tutto questo può aver alimentato un vissuto di colpa, di vergogna, di paura, e un profondo senso di solitudine. In alcuni casi, quando queste emozioni diventano insostenibili e mancano risorse o reti di supporto, la mente può chiudersi in una spirale senza uscita».
Davanti alla morte di un bimbo si è sentito forse troppo fragile per uscire da quella spirale?
«Non si tratta di colpe o debolezze, ma di risposte umane a esperienze che superano la capacità individuale di contenimento e di elaborazione. Per questo è fondamentale che chi opera in contesti ad alto impatto emotivo — come l’ambito educativo, sanitario o della sicurezza — abbia accesso a spazi di ascolto psicologico, non solo in emergenza, ma in modo strutturale».

