Il titolo della tesi è “Hate speech e i social: un caso di specie”. Perché fa discutere? Il case study scelto da Simone Cherchi, 22enne di Cagliari, è il vicesegretario della Lega Roberto Vannacci. O meglio, alcuni suoi post utili all’analisi del linguaggio d’odio. “Utilizzare contenuti polarizzanti – spiega – serve a ottenere più like, condivisioni e commenti, ma credo che chi fa politica abbia la responsabilità di non alimentare sentimenti così ostili”.
Quali esempi ha preso in considerazione?
“Uno su Laura Boldrini, messa alla berlina con una foto in primo piano. Un altro su un manifesto contro la comunità LGBTQ+: nei commenti sotto la gente si scagliava con parole irripetibili contro quelli che considerava bersagli politici. Un altro su Carola Rackete: il post di Vannacci portava i follower a insultarla per il suo aspetto fisico”.
In che modo?
“Il vicesegretario della Lega commentava la decisione di Rackete di lasciare l’Europarlamento. Ma la valutazione non era politica. C’era una foto delle gambe non depilate dell’attivista. E infatti, tutti i commenti sotto insistevano su quello”.
Il problema quindi sono i commenti più dei post?
“La mia analisi mostra come le parole e le immagini usate dall’eurodeputato abbiano influito a generare odio nei commenti”.
Perché ha scelto Vannacci?
“È stato puramente casuale, avrei potuto prendere un politico di destra come di sinistra o di centro”.
Usano tutti lo stesso linguaggio, secondo lei?
“Non mi intendo di politica. Si sta facendo un caso mediatico esagerato, io non ho niente contro Vannacci”.
Infatti lui si è detto lusingato: “Ora mi studiano anche all’università”. Ha visto?
“Di sfuggita, io lavoro, ho altro da fare”.
Le conclusioni della sua tesi?
“Il focus è sulla necessità di un uso consapevole dei social. La rimozione degli insulti non è sempre automatica. I politici non dovrebbero essere influencer alla ricerca dell’approvazione dell’algoritmo. I politici hanno una responsabilità in più: il linguaggio d’odio, anche subdolo, può sfociare in odio reale”.

