Ogni sera il Marito le spacca la testa con un ferro da stiro, ogni mattina la Moglie si rialza, pulisce, cucina, subendo la violenza e l’indifferenza della famiglia. E’ ‘L’angelo del focolare’ vittima di femminicidio al centro del nuovo progetto teatrale di Emma Dante, che debutta domani al Teatro Grassi di Milano, in prima assoluta, con una recita particolare, quella del 25 novembre, dedicata alla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Uno spettacolo necessario, nato “dalla profonda necessità di esplorare quella che chiamo – spiega la regista – la manutenzione della violenza domestica. La nostra messa in scena, che racconta un femminicidio, anziché concentrarsi sulla spettacolarizzazione della morte della donna, privilegia le ragioni profonde che stanno alla base dei comportamenti di una tipologia di uomo “non collaborante” all’interno delle famiglie. Nello spettacolo si racconta il divario evidente tra le donne che si prendono cura della casa e dei figli, gli angeli del focolare, e gli uomini che utilizzano la casa per farne la palestra muscolare del proprio ego: in casa si pompano i muscoli per poi esibirsi in pubblico”. Da questo punto di partenza è scaturito uno spettacolo che “racconta la violenza come un fatto assolutamente ordinario, che fa parte del rituale domestico: scuotere la tovaglia per far cadere le briciole dopo aver mangiato è normale come lo schiaffo che la Moglie riceve dal Marito. Ed è il motivo per cui la donna, nel momento in cui viene uccisa, non viene creduta, ma anzi deve rimettersi in piedi e rientrare nel proprio ruolo al servizio di tutti”. La figura di donna “che si prende cura di tutto e di tutti tranne che di se stessa, per me è l’emblema di una violenza subdola, di una spaventosa forma di negazione, privazione e coercizione esercitata dalla società”. Anche per questo i quattro personaggi in scena non hanno un nome proprio ma si chiamano semplicemente il Marito, la Moglie, il Figlio, la Suocera: “È una scelta voluta perché per me sono icone, sono simboli: la Suocera, che vive in casa con la nuora, il Figlio che è anche nipote. C’è del sarcasmo, sicuramente, ma è soprattutto la fotografia della famiglia con tutto il suo orrore”.
La violenza, sottolinea Emma Dante, “vive, si annida nelle trame del tessuto domestico, non è soltanto un episodio plateale: l’uccisione ne è l’ultima tappa, se vuoi la meno interessante da esplorare. Volevo ragionare su questa palestra della prevaricazione, della prepotenza dei forti sui deboli”. Una violenza cui la famiglia si abitua, come si abituano gli spettatori a vedere la Moglie con il volto insanguinato per tutto lo spettacolo: “quelle donne, nelle loro case, vengono tormentate continuamente e finiscono per ritrovarsi piene di ferite che perdurano: è l’insulto di uno stupro, sono i segni delle botte prese per tutta una vita. Allora mi sono detta che, forse, lei doveva rassettare il letto con la faccia sporca di sangue. Ciononostante, alla fine, tutti noi che guardiamo lo spettacolo, con il trascorrere del racconto finiamo per non notare più quel sangue. Ecco, l’atrocità, la cosa peggiore che facciamo – conclude la regista – è proprio dimenticarci di quelle ferite”.
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