Per i fascisti e i tedeschi sulle tracce a Roma di una partigiana con il nome di una famosa opera lirica non sarebbe stato difficile trovarla. Tosca Casadio si salvò perchè i suoi inseguitori “erano ignoranti” e sbagliarono titolo cercando una Carmen. Quella ragazza coraggiosa e temeraria, che aveva lasciato il paesino romagnolo di Russi nel 1924 per continuare la sua battaglia nella capitale scossa dall’assassinio di Giacomo Matteotti, fu a lungo un punto di riferimento della resistenza in città. Era diventata “la gappista di Borgo”, il quartiere a ridosso del Vaticano, aveva affrontato tre scontri armati con i nazifascisti e, grazie a un informatore, andava in bicicletta nei quartieri Prati e Trionfale per avvertire in anticipo le famiglie ebree dei rastrellamenti. In casa sua nascose personaggi del Partito Comunista come Gian Carlo Pajetta. Nonostante il suo impegno continuato anche dopo la guerra, il suo nome rimase nell’ombra forse perché compagna di un importante esponente del partito, già sposato, e dopo l’invasione dei carri armati di Mosca a Praga nel 1968 non rinnovò la tessera in polemica con la posizione del Pci.
A rimetterla al centro dell’attenzione è stato proprio il suo paese natale che, grazie alla tenacia del nipote Angelo Fanton, ha ricostruito la sua storia e accolto lo scorso settembre le sue spoglie accanto a quelle della madre Santina traslate dal cimitero del Verano dove era stata sepolta nel 1974 in una tomba senza il nome. Il 2 novembre scorso, in una cerimonia alla quale si è unito anche l’altro nipote Fabio Fanton, è stata scoperta una lapide che racconta del suo impegno. Ma a darle una luce particolare è stata l’attrice Elena Bucci con l’appassionato e molto applaudito monologo ‘Tosca Casadio: una partigiana tra Russi e Roma’ andato in scena nei giorni scorsi nel piccolo, delizioso teatro cittadino, con le percussioni e le musiche dal vivo di Marco Zanotti. Uno spettacolo che meriterebbe di essere replicato su palcoscenici di maggior respiro per la forza e il coinvolgimento che l’attrice russiana ha saputo comunicare immedesimandosi nella protagonista.
“Io non ero come le altre, non abbassavo la testa e se c’era bisogno aiutavo”, è un passaggio del lavoro scritto dall’attrice sulla base del racconto del nipote. Dopo via Rasella Tosca nascose Rosario Bentivegna anche a casa sua e fu l’ultima persona a salutare don Giuseppe Morosini, il sacerdote partigiano catturato dalla SS e finito da un ufficiale fascista nel 1944 a Forte Bravetta dopo che dieci dei dodici militari del plotone di esecuzione avevano sparato in aria. “I nemici ci sono sempre. Ricordati che non devono tornare”, dice Elena Bucci nei panni della protagonista ripetendo poi dietro le quinte che “in questo momento è importante tenere vivo il filo della memoria. Se lo perdiamo è un sconfitta per tutti”.
Dopo la guerra, grazie a una licenza favorita da Nenni e Togliatti, Tosca Casadio aprì una edicola sul Lungotevere dei Mellini vicino a Ponte Cavour che fu per decenni anche punto di ritrovo culturale. Morì in una casa di riposo a Mentana (Roma).
“Sono abituata a cavarmela da sola – è il suo messaggio che chiude lo spettacolo -. Ora il mio corpo torna a Russi. Da quel piccolo cimitero comincia un piccolo sentiero altrimenti la lapide non conta niente, è solo marmo e non memoria”.
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