La passione per il cinema di Paolo Mereghetti, classe 1949, tra i critici cinematografici più conosciuti e stimati d’Italia, è nata da bambino, all’oratorio di Abbiategrasso, in provincia di Milano, ed è cresciuta con lui nel capoluogo, dove la magia delle sale cinematografiche di corso Vittorio Emanuele lo ha conquistato per sempre. Vincitore nel 2001 del Premio Flaiano per la critica cinematografica, Mereghetti scrive per il Corriere della Sera, collabora con la Rai e ha scritto per diverse riviste, tra cui Ombre rosse, Positif, Segnocinema, Reset e Linus.
È conosciuto soprattutto con l’articolo determinativo davanti al suo cognome, che è per tutti sinonimo dell’unica, vera raccolta aggiornata delle produzioni cinematografiche: Il Mereghetti. Pubblicato da Baldini+Castoldi, il Dizionario enciclopedico dei film è uscito per la prima volta nel 1993 ed è diventato subito un cult: per ogni film, una scheda con titolo, provenienza, anno, durata, regia, interpreti, riassunto e analisi critica, stellette comprese. Un libro pronto all’uso, ma anche da assaporare, ancora più attuale oggi, in tempi di database artificiali che standardizzano tutto. Nell’ultima edizione le schede sono arrivate a circa 33 mila film per 6.680 pagine, più altre 2.164 con indici, filmografie di attori e registi e titoli originali delle opere. Il frutto di una vita intera dedicata al Cinema, con tanti luoghi di riferimento di cui parlare.
Qual è il primo luogo che associa al cinema nella sua vita?
«Il primo luogo è stato l’oratorio di Abbiategrasso, anzi della parrocchia di San Pietro, dove ho vissuto fino all’adolescenza prima di trasferirmi a Milano e dove andavo ogni domenica pomeriggio perché dopo la lezione di dottrina proiettavano sempre un film: è lì probabilmente che è nata la mia passione per un medium che mi faceva sognare avventure e mi portava in posti che un bambino di sette o otto anni non poteva forse nemmeno immaginare, come l’isola di King Kong (quello del 1933, naturalmente) o dove si perdeva il Guerin Meschino (interpretato da Gino Leurini), due dei film che ricordo ancora con vivezza».
Milano è la sua città: in che modo ha influenzato il suo sguardo sul cinema?
«Milano per me è stata una fonte inesauribile di occasioni cinematografiche: corso Vittorio Emanuele, dove a ogni angolo si apriva una sala cinematografica (oggi, ahimè, sparite) e poi l’Obraz cinestudio, il cineclub Brera, il Ciak, sono tutti stati luoghi che ho frequentato assiduamente e che hanno formato la mia cultura cinematografica. Il cinema si faceva a Roma, specie negli anni Sessanta e Settanta, e noi milanesi potevamo solo vederlo sugli schermi. È per questo che l’arrivo di Totò e Peppino nella stazione Centrale alla ricerca della Malafemmina, coperti come se dovessero andare in Siberia perché a Milano “quando c’è la nebbia non si vede” in qualche modo riesce a dare forma all’idea di una città cinematograficamente strana, lontana. Poi, se devo essere serio, direi Rocco e i suoi fratelli e più recentemente L’aria serena dell’Ovest».
C’è un viaggio che ha segnato il suo rapporto con il cinema?
«Direi la prima volta che sono andato a Cannes per seguire il festival: era il 1973, non ero mai stato a un festival e mi sembrava che si aprissero le porte della caverna di Alì Babà, piena di tesori da vedere in anteprima…».
L’edizione del trentennale de Il Mereghetti – Dizionario dei film
Nei suoi ricordi, c’è una sala cinematografica che ha avuto un ruolo speciale?
«Sarei tentato di dire il cinema Conchiglia di Sestri Levante: durante gli anni Sessanta, passavo due mesi d’estate al mare a Sestri e tutte le sere andavo al cinema. E il Conchiglia, con le sue ampie gradinate all’aperto, era il cinema che preferivo. Tra i tanti film che ho visto mi ricordo benissimo Lord Jim di Richard Brooks, con Peter O’Toole, che mi fece un’impressione grandissima».
C’è un posto che ha scoperto attraverso un film?
«Parigi, e non attraverso un film, ma attraverso i film perché durante gli anni dell’università, diciamo tra il 1970 e il 1975 ogni settembre mi regalavo una settimana a Parigi: vedevo tre o quattro film al giorno, è lì che ho gettato le basi della mia cultura da cinefilo, perché i cinema, specie quelli del Quartiere Latino, proponevano moltissimi classici, da Bogart a W.C. Fields, da Cantando sotto la pioggia ai western di Budd Boetticher, e tra una proiezione e l’altra, quando non ero in una libreria, giravo la città scoprendola».
Nel corso della sua carriera avrà incontrato registi e attori nei luoghi più disparati. Ci racconta un aneddoto?
«Sono stato particolarmente legato a Marco Ferreri, che ho incontrato per la prima volta proprio a Parigi, sul set di La grande bouffe: stava girando la scena sotto “l’albero di Boileau”, nel giardino della casa dove si erano dati appuntamento i quattro amici. Io dovevo intervistare Ferreri per il settimanale Tempo e, non so come, lui ha preso in simpatia quel giovane ragazzo che veniva dall’Italia e che aveva già cominciato a scrivere su Positif. Mi chiese dove dormivo e io gli ho detto che non lo sapevo, avrei cercato un alberghetto da qualche parte, e lui allora mi ha invitato a dormire a casa sua: viveva ancora in rue Monsieur Le Prince, prima di trasferirsi in place Furstenberg».
Nel corso della sua carriera avrà incontrato registi e attori nei luoghi più disparati. Ci racconta un aneddoto?
«Sono stato particolarmente legato a Marco Ferreri, che ho incontrato per la prima volta proprio a Parigi, sul set di La grande bouffe: stava girando la scena sotto “l’albero di Boileau”, nel giardino della casa dove si erano dati appuntamento i quattro amici. Io dovevo intervistare Ferreri per il settimanale Tempo e, non so come, lui ha preso in simpatia quel giovane ragazzo che veniva dall’Italia e che aveva già cominciato a scrivere su Positif. Mi chiese dove dormivo e io gli ho detto che non lo sapevo, avrei cercato un alberghetto da qualche parte, e lui allora mi ha invitato a dormire a casa sua: viveva ancora in rue Monsieur Le Prince, prima di trasferirsi in place Furstenberg».
Qual è, secondo lei, il film che meglio racconta l’Italia attraverso il paesaggio?
«Direi Viaggio in Italia di Rossellini, non perché mostri molti paesaggi dell’Italia ma perché è attraverso il paesaggio napoletanoche il film ha la sua svolta».
Tre luoghi rappresentativi della storia del cinema per lei
«La Monument Valley, la Monument Valley, la Monument Valley. Ripresa da John Ford, naturalmente».
Esiste una città che le ha fatto vedere il cinema da un’altra prospettiva?
«Direi la Hong Kong dei film di Johnny To: il modo in cui la riprende è fondamentale per capire il suo cinema e quelle scene sono un vero co-protagonista dei suoi film».
Qual è il film che le riporta alla mente un luogo a cui lei è legato?
«Notting Hill per la scena della conferenza finale all’Hotel Savoy di Londra, dove ho avuto il piacere di passare qualche giorno di vacanza (il direttore era il fratello di Gianni Buttafava, un carissimo amico, e mi aveva trattato come fossi una star)».
Se dovesse immaginare un film della sua vita, dove lo girerebbe e con quale regista?
«Facile: la Monument Valley, con qualche inquadratura di prateria da percorrere a cavallo. Diretto da John Ford, naturalmente».
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