(di Lucia Magi)
L’episodio finale di ‘Task’ va
in onda oggi, 2 novembre, su Sky e concede un epilogo ai
personaggi tormentati creati dallo showrunner Brad Ingelsby:
l’Fbi risolve il caso, alcuni criminali finiscono dietro le
sbarre, e qualcuno — tra cui il protagonista Tom Brandis — può
finalmente tirare un po’ il fiato. “Ma è tutt’altro che finita”,
assicura Mark Ruffalo in conferenza stampa a Los Angeles. Con un
sorriso, il quattro volte candidato all’Oscar, attore impegnato
e attivista, lascia intendere che tornerebbe volentieri sul
piccolo schermo nei panni dell’agente Brandis, ex sacerdote,
vedovo e padre tormentato dal lutto e dall’alcol.
“Io ci sono. Sono pronto: resta da esplorare cosa significhi
andare avanti, superare un dolore”, riflette lasciando aperta la
porta a una seconda stagione del crime targato Hbo. Gli ascolti
sono andati bene, Ruffalo e il suo antagonista Tom Pelphrey,
netturbino che deruba criminali per crescere i figli dopo
l’abbandono della moglie, sono tra i favoriti per i vari premi
che Hollywood assegnerà dal prossimo gennaio. Eppure, la casa di
produzione in capo a Warner Bros non ha confermato altri
episodi, proprio come era successo per la prima acclamata serie
firmata da Ingelsby e ambientata nelle stesse periferie
disagiate di Philadephia, ‘Omicidio a Easttown’.
Ruffalo, che nella sua prolifica carriera ha spaziato da
Hulk al giornalista investigativo del ‘Caso spotlight’,
accarezza l’idea di un incontro televisivo con la protagonista
Kate Winslet: “Sarebbe bello vedere come i mondi immaginati da
Brad si intrecciano”, ride. Mare (questo il nome della Winslet
poliziotta a Easttown) è una madre divorziata di un figlio
suicida, che indaga sull’omicidio di una adolescente. Tom, padre
vedovo di una moglie uccisa dal figlio schizofrenico, deve
scoprire chi rapina i magazzini della droga in città. I due
“portano ferite simili, speculari, al femminile e al maschile”,
e condividono la stessa geografia morale e umana. “Sarebbe bello
vederli insieme”, suggerisce l’attore.
Ma se ci fosse un seguito o una nuova miniserie con Brandis,
Ruffalo vorrebbe che affrontasse anche temi legati all’attualità
statunitense, da cui non distoglie mai lo sguardo. “Il cinema
deve riflettere il mondo in cui viviamo. C’è tutta la questione
dell’agenzia per l’immigrazione, l’Ice, che arresta immigrati
solo per il loro aspetto. Io sono un agente dell’Fbi a
Philadelphia, nel cuore di un quartiere disagiato, Delco. Cosa
significa oggi essere nelle forze dell’ordine, essere una
persona che ‘protegge e serve’? Sarebbe interessante esplorare
il rapporto tra chi fa rispettare la legge e la comunità di
immigrati”, ragiona.
La linea tra giusto e sbagliato, torto o ragione, è molto
labile in ‘Task’. “Quando ti confronti con la legge, è tutto
bianco o nero. Non c’è molto spazio per capire da dove vengono
le persone: la loro educazione, i traumi, le difficoltà
economiche e le circostanze che li spingono ad agire. Un mio
amico, che ha passato parecchi anni in carcere, mi ha detto:
‘Non ci sono scuse, ma ci sono ragioni’. Questo fa Brad con la
sua scrittura: non assolve, però indaga e mostra le motivazioni.
Il suo non è un mondo di buoni e cattivi, bianco e nero. Ogni
cosa è sfumata e ovunque si trova un briciolo di grazia o di
redenzione. Ma per trovarle, serve l’empatia. ‘Task’ è, in
definitiva, una serie sull’empatia”.
Qualcosa di cui il discorso pubblico ha estremo bisogno
secondo l’attore, molto esplicito contro la guerra a Gaza, la
politica di Trump, soprattutto sull’immigrazione. “Pensare –
come si fa oggi – che la compassione sia una debolezza, è
l’antitesi dell’esperienza umana. Ciò che rende Tom un buon
agente non è l’inflessibilità, ma la capacità di mettersi nei
panni di chi ha davanti. Questo è un dono, non un difetto”.
Conclude: ‘Task racchiude tutto quello che ho imparato nella
vita. Con le cattive. Lo sforzo per comprendere la complessità
della vita e delle scelte altrui è ciò che ci rende umani. Anche
nei momenti più oscuri, c’è spazio per il perdono”.
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