Aria da svolta storica, eppure la partita finale resta tutta da giocare. Sulla riforma della giustizia, la maggioranza si prepara a stappare bottiglie e toni solenni per la quarta e ultima approvazione, che arriva giovedì a Palazzo Madama, del ddl di revisione costituzionale. Ma soprattutto i senior sanno che bisognerà attendere altri sei mesi e i debiti scongiuri, cioè l’esito del referendum confermativo previsto tra aprile e maggio 2026, perché le bandiere della destra sventolino davvero sulla separazione delle carriere.
Separazione, su cui interviene in maniera inedita il presidente del Senato Ignazio La Russa: “Giusta, ma forse il gioco non valeva la candela”. Mentre “invece l’aspetto dei due Csm è un tentativo, vediamo se riesce, di ridurre il peso delle correnti. Non so se riesce”, ha aggiunto.
In ogni caso il ddl, firmato da Nordio e Meloni, divide definitivamente i pubblici ministeri dai giudici, crea due nuovi e distinti Csm insieme a un’Alta Corte disciplinare, e stabilisce per la prima volta in assoluto il principio degli eletti a sorte, visto che i membri di organi di tale rilevanza saranno scelti con il sorteggio. Una riforma che ha una posta in gioco molto alta. Se passasse la legge anche nella consultazione popolare, a chi risponderebbero i 2200 pm paradossalmente trasformati in un mega corpo sganciato dai vecchi assetti? Sarà fatale il controllo della politica sulle inchieste?
È lo spettro contro il quale si è schierata l’Anm, il sindacato delle toghe – presidente Cesare Parodi di Mi, segretario Rocco Maruotti di Area – che ha duellato a distanza, 48 ore fa, anche con Marina Berlusconi, dopo il di lei endorsement per la legge “urgente e necessaria”. Un postumo riscatto alla memoria di suo padre Silvio, a cui “neanche la migliore riforma restituirà trent’anni di vita avvelenata da calunnie”. Altro sale sulla radicalizzazione della battaglia, che ormai guarda alle urne di primavera.
Giovedì, vertice di FdI in via della Scrofa, tra Arianna Meloni, Donzelli, Lollobrigida e il sottosegretario Delmastro per tracciare i binari della partita più importante. Mentre la mobilitazione è comunque nel vivo: e si muove a suon di comitati e testimonial di peso, strategie comunicative, storie acchiappa-consenso. Per il No, si sono schierati Bennato, Sigfrido Ranucci, gli scrittori Carofiglio e De Cataldo, lo stesso avvocato Franco Coppi e il procuratore Nicola Gratteri, che assicura: “Se parliamo chiaro, ce la possiamo fare”. Per la battaglia del Sì, già impegnati i vertici dell’avvocatura, dalle Camere Penali al Consiglio nazionale forense, e in campo scende anche il novantenne Sabino Cassese.
Nell’associazione nazionale magistrati lavora peraltro, già da cinquanta giorni, il comitato “A difesa della Costituzione e per il No alla riforma”, mentre la gremita assemblea dell’Anm di sabato in Cassazione, ha votato all’unanimità il pacchetto di iniziative, incontri e dibattiti per il No, senza sconti, “confronto aperto con la società civile, con l’avvocatura, con le università”. Unico paletto che si è auto-imposto il sindacato delle toghe: “Non potranno aderire al nostro comitato – sottolinea il giudice Antonio Diella, che lo guida – né i partiti, né figure che oggi o in passato abbiano fatto politica”. Mentre stanno per debuttare a giorni i comitati del Sì. Forza Italia, che rivendica fortemente un ruolo nella battaglia, ha già steso una bozza di statuto, servirà per i centri di sensibilizzazioni dislocati sul Paese. Ma soprattutto si cercano storie-simbolo di malagiustizia, di ieri e di oggi, dal caso Enzo Tortora alla triste galleria dei sospetti di Garlasco. Toni bassi, esorta Nordio. “Non facciamone uno scontro frontale, ché perderebbe la magistratura”. Un appello che, ha confessato due settimane fa a Genova, rivolge anche ai suoi: “Ho avuto rassicurazione anche dal presidente Meloni che il referendum non abbia significato politico”. Non porterebbe bene, in ogni caso, escludere a priori l’effetto Renzi 2016.

