È sempre impegnata in un nuovo progetto, che sia un libro, un articolo o un podcast, l’importante per Melissa Panarello, scrittrice e, dal 2020, agente letteraria con la sua PAL – Piccola Agenzia Letteraria, l’importante è raccontare. Da quando, nel 2003, con il nome di Melissa P. si sono accesi i riflettori su di lei con il suo romanzo d’esordio Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, la geografia della sua vita è cambiata: ha lasciato Catania, la sua città che le è sempre stata stretta, per esplorare il Sudamerica, innamorarsi di Buenos Aires e della selvaggia foresta amazzonica boliviana, e stabilirsi a Roma, dove oggi vive con i due figli, Cosmo e Cora, e il marito, lo scrittore Matteo Trevisani, sposato nel 2022 con rito zen.
Nel mezzo, innumerevoli collaborazioni con quotidiani e periodici. La trasposizione cinematografica del suo romanzo d’esordio Melissa P., prodotta da Francesca Neri e diretta da Luca Guadagnino (da cui però la scrittrice ha preso le distanze), la graphic novel Vertigine (Bur Rizzoli) in collaborazione con la street artist e pittrice romana Alice Pasquini. E anche la scoperta della passione per l’astrologia.
Libera e provocatrice da sempre, dalle critiche alla Chiesa cattolica ne In nome dell’amore (Fazi Editore 2006) alla sua esperienza di “figlia non voluta” nel docufilm del 2016 Lunàdigas, di Nicoletta Nesler e Marilisa Piga, affronta, nel 2024, un altro argomento scottante con Storia dei miei soldi, romanzo Bompiani, sul denaro e le donne, che le è valso la candidatura al Premio Strega. Ma non finisce qui.
Catania fa da sfondo sia al tuo romanzo d’esordio Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire sia all’ultimo Storia dei miei soldi. È ancora la tua città?
«Parlo di Catania soprattutto quando devo raccontare la fuga, descrivere questo rapporto molto conflittuale con la mia città di origine da cui io fuggo sempre. Dunque non è mai una città che io racconto con gioia o con senso di appartenenza, ma è sempre una città da cui intendo andare via, operare uno strappo. Quindi viene sempre rappresentata in un modo molto estremo dalla mia scrittura, perché Catania è estrema, è una città che, come dico sempre, è “troppa” in ogni sua manifestazione».
C’è qualcosa che ti tiene ancorata ai luoghi dell’infanzia?
«È una città che è impossibile estirparmi da dentro. Nonostante ormai sia più tempo che vivo a Roma che a Catania, è una città da cui è facile strapparsi ma che, in ogni caso, non ti puoi strappare di dosso. Quindi è chiaro che io ritorno sempre lì, perché la tua città natale è un po’ come la madre: vuoi o non vuoi, non te la sei scelta, ma è la tua, non te la puoi togliere di dosso. Sto sempre molto a disagio a Catania, la vivo sempre con grandissima angoscia. Una delle poche cose che mi piace e che mi manca è l’Etna. Però se vado sull’Etna non è che sto tranquilla, stiamo parlando pur sempre di un vulcano attivo, quindi di una cosa potenzialmente distruttiva, dunque ovunque io mi giri (ride, ndr) trovo appigli per la distruzione del mio corpo e della mia anima. Insomma, per me è una città pericolosa».
E Roma, dove vivi da tanti anni, è riuscita a lenire la tua anima?
«Ma sì, Roma mi ha molto placato, per quanto Roma non sia proprio una città che placa. Roma è un perfetto porto, dove restare. E poi negli anni mi sono spostata tanto, ho vissuto anche per alcuni brevi periodi all’estero. Però Roma è la città perfetta per appoggiarsi e trovare un porto sereno. Giro poco, vivo molto la mia casa, mi dà molta serenità nonostante il mio quartiere, San Lorenzo, sia un quartiere vivo, molto autosufficiente. Ha una forma a nave in un mare che è molto agitato. Ma io sto dentro questa casa che è molto tranquilla e mi sento serena e sicura».
Hai mai vissuto all’estero?
«Qualche anno fa ho vissuto per alcuni mesi a Parigi insieme al fidanzato che avevo allora. È stato molto bello. Ecco, se una cosa manca a Roma è il fatto di essere poco europea mentre tutte le città che, per me, sono internazionali – per esempio anche Buenos Aires, la mia città del cuore, lo è – sono di grandissima fascinazione. Perché c’è spazio per tutti, per qualsiasi cosa tu voglia essere. E io lì vivo bene».
Quali luoghi frequentavi?
«C’era un posto dove andavo sempre a fare colazione, dove facevano delle ottime Croque Madame e Croque Monsieur nell’indimenticabile rue Tiquetonne, dal nome molto divertente, molto centrale, nel secondo arrondissement. E lì accanto c’era questo negozietto vintage meraviglioso dove io mi sono rifatta parte del guardaroba. Anche a Parigi ero molto stanziale, vivevo molto il quartiere in cui stavo. Non ho mai l’atteggiamento della turista, anche quando viaggio per pochi giorni. Tendo sempre ad amalgamarmi, a conoscere le persone, il vicinato, vivere come se vivessi lì da sempre. Per me non è la vacanza, è il viaggio che conta».
“Senza pensarci”, l’ultimo podcast di Melissa Panarello
Parliamo di Buenos Aires, la tua città del cuore.
«La prima volta ci sono stata nel 2004, con il mio primo libro perché ovviamente stiamo parlando di città che io ho scoperto soprattutto viaggiando per lavoro. Poi sono tornata lì per il secondo, all’incirca nel 2007 e poi ancora nel 2010. E l’ultima volta ci ho passato oltre un mese e mezzo. Avevo addirittura stracciato il biglietto di ritorno per fermarmi più a lungo, perché è una città che amo molto. Buenos Aires racchiude tutte le città in una sola. Quindi è un viaggio continuo. A Buenos Aires ti ritrovi a Parigi, a Londra, c’è anche un quartiere che si chiama Palermo anche se non gli assomiglia. Il quartiere più siciliano è invece La Boca, quello di Maradona, un quartiere povero, tutto sgarrupato. Il quartiere Palermo si chiama così perché lì si trasferirono i migranti della prima ondata. È un quartiere vivissimo, come a Roma può essere appunto San Lorenzo o il Pigneto».
Quali sono stati i tuoi luoghi preferiti a Buenos Aires?
«Ricordo con grandissima nostalgia e affetto un ristorantino vegetariano, sopra una piazzetta del quartiere Palermo dove giocavano dei bambini. Un momento di grazia che ricolloco in un luogo che però non saprei ritrovare. L’ho cercato, ma non sono stata capace di ritrovarlo. Invece, a San Telmo, che è la Trastevere di Buenos Aires, era bellissimo il mercato dell’antiquariato. Lì l’antiquariato viene da tutte le migrazioni che ci sono state dall’Europa o per l’Europa, quindi ci trovi delle cose pazzesche a pochissimo. E io sono una fissata».
Balli anche il tango?
«No. Mi piacerebbe molto, ma prevede una cosa che io non sono capace di fare: dover essere guidata da un uomo… Il mio corpo non si muove in quella direzione».
Hai fatto altri viaggi che ti sono rimasti nel cuore?
«Tanti anni fa, forse nel 2007, ho fatto un viaggio molto lungo. Un giro del Sudamerica, di oltre sei mesi, arrivando a bordo di una nave cargo, quindi facendo la traversata dell’oceano. Ho visitato qualche paese del Sudamerica ma poi, quella che mi è piaciuto di più, è stata la parte amazzonica della Bolivia, dove ho lavorato come volontaria in un centro di riabilitazione di animali selvaggi. Animali che erano stati presi dalla cattività, da circhi o da proprietari privati, e venivano reimmessi in natura: scimmie, giaguari, tutti animali amazzonici, non il gattino di casa. Ed è stato bellissimo. Un posto dove tornerei, magari quando i miei figli saranno più grandi, perché è molto selvaggio e impervio. Ci vogliono giorni e giorni di viaggio, facendo l’autostop nella foresta amazzonica boliviana, che è molto diversa da quella brasiliana. Quella boliviana è molto povera, ci si arrangia. È stata un’esperienza bellissima a cui torno sempre con i ricordi: i colori vividi, le farfalle enormi, gli insetti giganteschi, di cui in generale non sono sempre felicissima, a volte mi inquietano, però erano pazzeschi. È un posto diventato molto archetipico. Quelli sono i luoghi che a me piacciono. Luoghi che diventano archetipo e che rimangono impressi in me e io li trasformo».
Ti è mai capitato che un paesaggio reale influenzasse una tua idea narrativa?
«Sempre. Non so se sono idee narrative o semplicemente sogni. Io sogno spesso, ho dei sogni molto vividi. E poi quando vado in giro per il mondo, anche nei luoghi più sconosciuti, mi capita di sorprendermi nel riconoscerli, ritrovo esattamente quegli scorci, quei colori, quelle strade, quei palazzi e mi sembra un déjà vu, come se io ci fossi davvero già stata. Una cosa che ho notato è che i luoghi si ripetono. A Parigi puoi trovare un posto che è identico a Palermo, a Palermo uno che è identico a Zagabria. Combinazioni stranissime che a volte ti fanno sembrare di essere nello stesso luogo».
Melissa Panarello ha fondato nel 2020 PAL, la sua “Piccola Agenzia Letteraria” che rappresenta diversi autori
Fra le tue passioni c’è l’astrologia, esistono i segni zodiacali anche per i luoghi, secondo te?
«L’astrologia è connaturata in me. Io sono Sagittario, un segno perfetto per i viaggi. Le città, i paesi hanno i loro segni zodiacali. Si parte della data di fondazione, per esempio, ma ci sono posti che hanno delle connotazioni astrologiche precise. Tutto dipende dagli elementi che compongono queste zone. È chiaro che un posto freddo in Norvegia, per esempio, non lo assocerei all’Ariete, segno di fuoco, che mi fa pensare più al Nord Africa. L’Africa centrale invece è completamente leonina. Il Sud Africa è più sagittariano, quindi insomma, le zone geografiche, a seconda degli elementi, si possono benissimo coniugare ai segni. I Gemelli, segno d’aria, e della mondanità si manifestano meglio in tutte le grandi città cosmopolite, New York, Parigi, Londra. Tutti i segni d’aria sono più urbani. Mentre i segni di terra sono più rupestri, campagnoli: il Toro va benissimo per l’Olanda, il Canada invece per il Cancro, segno d’acqua, perché è pieno di laghi».
Con la tua famiglia, invece, che posti frequentate?
«Con i bambini per ora viaggiamo poco, la piccola ha due anni e il grande ne ha cinque. Il primo viaggio che abbiamo fatto tutti quanti insieme è stato in Spagna l’anno scorso, a me piacciono tutti i paesi di lingua spagnola. Ma d’estate andiamo sempre nella costa marchigiana dove mio marito ha la casa di famiglia e dove i bambini hanno un mare molto a loro misura. È il posto del cuore dell’infanzia, dove faremo passare loro le estati prima che siano abbastanza grandi da poterli portare sugli scogli, che io preferisco».
Come va la tua PAL, Piccola Agenzia Letteraria?
«Va bene, va molto bene, considerando anche che sono da sola a portare avanti la baracca. Però ho molti autori e viaggia in maniera molto sostenuta. Poi io ho sempre le mie cose, a parte i miei libri, ho sempre qualche progetto perché altrimenti mi annoio, quindi faccio podcast, (attualmente Senza Pensarci, ndr), scrivo articoli. Ho sempre qualcosa da fare…».
Un consiglio di viaggio?
«Più che i luoghi sono il “come” si arriva ai luoghi, che per me fa la differenza. Io non amo molto l’aereo, e quindi ho sempre trovato dei modi alternativi di arrivare in posti anche lontani, come appunto in Sudamerica con il cargo. Preferisco mezzi molto lenti, che mi facciano avvicinare al luogo in maniera ponderata, lenta e graduale, se possibile. Proprio perché colmare quella distanza geografica non è qualcosa che, anche interiormente, puoi fare in tre ore. Io vorrei prendere un treno per andare a San Pietroburgo, per esempio. Mi ci voglio avvicinare piano. Per me, la lentezza fa la vera differenza fra turismo e viaggio».
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