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    “Sono figlio del viaggio”| Dove Viaggi

    admin5698By admin569822 Ottobre 2025Nessun commento9 Minuti di lettura
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    "Sono figlio del viaggio"| Dove Viaggi
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    Regista, attore e instancabile narratore e sostenitore della cultura italiana nel mondo, Massimiliano Finazzer Flory è in costante movimento. Che sia per il tour dedicato a Dante, per la direzione artistica di Villa Arconati e delle Giornate di Chiavari o per portare il suo spettacolo Essere Leonardo da Vinci fino in Corea del Sud, il mondo per lui è una platea sconfinata a cui trasmettere tutta l’arte e il genio italiani, con urgenza e passione. Friulano, nato a Monfalcone (in provincia di Gorizia), Massimiliano ha reso omaggio alla sua terra d’origine attraverso il recente docufilm Nel tuo occhio, dedicato a Carlo Michelstaedter, filosofo, poeta e pittore goriziano, figura di primo piano nel panorama europeo del secolo scorso. Ma il cuore di Finazzer Flory batte soprattutto fra New York – dove ha incontrato l’amore della sua vita – e Milano, dove ha costruito il suo percorso artistico ed è consigliere dello storico Piccolo Teatro.

    Che cosa ti ha conquistato del capoluogo lombardo?
    «L’amore per il lavoro. Qualunque esso sia. Di conseguenza il senso della possibilità. Questo è il dove di un perché. Milano è una lingua, non un linguaggio. Non nomina le cose, le fa accadere. Milano ti fa diventare milanese. Non è il nome di una città, è il cognome di un mondo di cui ti senti da sempre parte. E poi c’è la libertà di pensiero che segue l’azione. Il movimento come causa di ogni vita, direbbe il mio Leonardo, che da Vinci venne a Milano non casualmente. Perché Milano attrae sempre ciò che le è coerente».

    Il nonno materno gestiva una celebre fabbrica di ghiaccio in zona San Martino a Conegliano, in Veneto, mentre il doppio cognome lo hai ereditato dal nonno paterno, pittore e irredentista, che era anche un agente segreto italiano e Flory era il suo nome in codice. A quali luoghi sei più legato?
    «Ho sempre condiviso il poeta Rilke che, a Duino, a pochi minuti da dove nacqui, disse: “Nasciamo, per così dire, provvisoriamente da qualche parte, ma solo poco alla volta andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per rinascervi ogni giorno più definitivamente”. Da questo punto di vista io mi sento figlio del viaggio, con le radici in mano. Certo, Conegliano per me è ancora Cima (ndr Giovanni Battista Cima), il pittore che si fa paesaggio. Le sue colline sono seni morbidi, naturali. La Marca Trevigiana e a salire le mie Dolomiti sono un cammino verso la semplicità. La saggezza dei vecchi. Meravigliosa. Un’Italia di una volta che c’è ancora. Poi c’è la parte paterna. Triestina. La ragionevole follia della giustizia, liberale, di essere parte di una cultura di frontiera, di essere nato due volte tra i confini, tra le acque nel porto più a nord del Paese. Qui approda la figura di mio padre che, da umanista e giurista, mi ha fatto crescere altrove, in una biblioteca, tra le pagine dei libri, il primo dei quali, l’Eneide di Virgilio. Da allora sono in viaggio, sempre alla riscoperta dei viaggiatori».

    Come Carlo Michelstaedter, il filosofo goriziano protagonista del nuovo docufilm Nel tuo occhio, co-prodotto da Rai Cinema.
    «Carlo Michelstaedter ci lascia una fiamma, la fiamma di sé stesso. Un filosofo che a 23 anni si toglie la vita. Michelstaedter è un attentatore. Ha attentato alla retorica della nostra vita, mostrandoci che la nostra vita è nostra solo in quell’attimo in cui riusciamo a prendere possesso fino in fondo del presente. Di famiglia ebraica, irredentista, innamorato dell’Italia, è una figura fondamentale come crocevia di arti e scienze che si domandano cosa sia la vita. Si suicida non per malinconia, ma per eccesso di vita, per esuberanza».

    Massimiliano Finazzer Flory durante l’anteprima del docufilm “Nel tuo occhio”, prodotto da Movie&Theater e RaiCinema, presso la sala Arlecchino di CinetecaMilano

    Tra le tue città d’elezione c’è New York. Come mai?
    «A New York mi sono innamorato nel 1991. Da allora ho un rapporto fisico con la “Grande Mela” che per me è ogni volta un check sulla salute della mia anima. Di più, dei miei sogni. Non vi è nulla di più concreto dei sogni per capire che sono il teatro e l’autore della tua vita. E qui New York diventa magia, un’energia che attinge la sua elettricità dalla nostra adolescenza, da quella parte di essa sempre rinnovabile. La vita a credito che mi hanno offerto le parole dei libri sono i sogni che ho realizzato. Attraverso tutti i continenti. Oltre trenta Stati mi hanno dato il senso della loro terra che gira non solo intorno al sole, ma anche alla nostra letteratura interiore, come capacità di origliare il cuore».

    Da due anni sei direttore artistico delle Giornate di Chiavari, il festival organizzato dall’assessorato al Turismo di Chiavari. Cosa ti lega al territorio ligure?
    «Poco ospitali e leggermente scontrosi? Sì. Mi piacciono anche per essere così, i liguri. Hanno ragione. Non si può mica sempre accogliere tutto, se poi il tutto non tiene conto del particolare. La Liguria è amore per il particolare. Sono i suoi limoni che mi piacciono. Quelli di Montale. Che sanno di realtà, di odore di fronte a un paesaggio marino al tramonto. Questa dimensione si arricchisce a Chiavari di una vita di paese dove la gente è ancora un insieme di persone che si dà del tu, che si saluta. Un luogo dove fare quattro passi tra i caruggi è vivere relazioni. Ma attenzione: il suo barocco, la sua idea di bellezza è avere poco spazio e tanta storia, poca spiaggia e molti orizzonti».

    Fra i tuoi progetti di quest’anno c’è il “Viaggio favoloso nell’Italia che c’è”, prima con la lettura di Dante e tra poco con quella di Leonardo da Vinci, in giro fra i borghi italiani meno noti, ad approfondire storia, arte e luoghi attraverso la letteratura: una forma di turismo delle origini?
    «Rovesciamo l’affermazione: le origini del turismo quali sono? Secondo me quelle del pellegrinaggio verso una meta. Siamo o no ancora una penisola che ha a che fare con un’idea di Roma? Ci rigiochiamo ogni giorno la classicità. Le combinazioni turistiche di questo nostro essere italiani sono eccitanti. Si può essere sanniti o antichi romani, borboni o austriaci, veneziani o etruschi… non ci si annoia dentro le pieghe della nostra biodiversità. Siamo un mix che oscilla tra miti e innovazioni impreviste. Siamo dei matti».

    Quest’anno hai portato Leonardo da Vinci anche in Corea del Sud. Che cosa amano dell’Italia i sudcoreani?
    «I coreani sono poetici e sentono il peso della responsabilità. Ci ammirano perché vedono in noi attraverso l’arte una soluzione “spirituale”. Un Paese così ordinato impazzisce per il nostro caos creativo, fonte di flussi, di emozioni a viso aperto, di mani che mentre gesticolano realizzano forme di bellezza».

    Nel corso della tua carriera hai vinto innumerevoli premi per spettacoli, film e in generale per la tua attività divulgativa. C’è un luogo che è stato determinante nel far nascere questo tuo amore per la cultura?
    «Più si invecchia e più ci si innamora e più ci si innamora e più si scopre che non avevamo capito l’amore, il primo amore. Proust scrive il suo primo libro a quarant’anni. Ma prima odia abbastanza tutto quello che ha intorno. Il primo di questi luoghi chiave è interiore e si misura da felice perdente nel confronto con mio padre e la sua generazione di eruditi. Quel luogo sarebbe una Vienna immaginaria alla mia età eppure reale perché capitale culturale di una Mitteleuropa di cui avremmo ancora piuttosto bisogno. Poi Parigi, mi fa sempre uno strano effetto: la felicità di entrare in un palazzo, un museo, un caffè, una libreria, un cinema e sorridere allo spleen, inseguendo le nuvole sulla Senna con Baudelaire. E che dire infine di Buenos Aires? Tra vino rosso, cavalli, coltelli e il tango di Piazzolla per me quella città dà volto a un Omero del Novecento, al mio amatissimo Borges di cui sono, da molti anni in teatro, un portavoce non vedente che si muove tra atlanti, mappe, enciclopedie e clessidre».

    In questi giorni Massimiliano è a Napoli sul set del suo docufilm Operazione batiscafo Trieste. Qui è agli archivi Parisio e Troncone, davanti alle immagini del varo (Foto dal profilo Facebook).

    I tuoi progetti nascono con Monica, tua moglie. C’è stato un viaggio particolarmente significativo per voi?
    «In quel 1991, era dicembre, prima di Natale a New York, io ero lì e lei arrivò. Dovevamo stare pochi giorni. Per poco non partimmo più. Ma ci promettemmo che in quel cielo avremmo continuato a cercare le stelle».

    Quale sarà il tuo prossimo viaggio?
    «È il 23 gennaio 1960. Il batiscafo con bandiera americana di invenzione italiana si immerge. Siamo alle fosse delle Marianne. Toccherà 10.916 metri. È il record del mondo. Il batiscafo si chiama Trieste. Aveva precedentemente battuto altri record a Capri e a Ponza. Da allora è a Washington, al Museo Navale della Marina Americana. Ma è una storia tutta italiana. Voluta da Auguste Piccard. Pilotato dal figlio, lo scafo fu costruito a Monfalcone, città dei cantieri dove sono nato, la cabina a Terni, assemblato a Castellammare di Stabia. Oggi quel batiscafo è stato ricostruito fedelmente ed è tornato a casa, a Trieste. Una storia americana che allora conquistò la copertina di Life: quasi sette milioni di lettori. Ora conquisterà gli spettatori del cinema. Dall’Italia agli USA. È quasi finito di girare. Sarà il mio prossimo docufilm con il titolo Operazione Batiscafo Trieste. Dedicato a una frase di Jules Verne che di mare e di viaggi se ne intendeva: “Qualunque cosa un uomo può immaginare, altri uomini possono rendere reale”».

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