(di Chiara Venuto)
PUPI AVATI, ‘RINNAMORARSI’
(Solferino, pp. 128, 15 euro).
Tutti scrivono quando si innamorano. A volte pure troppo. Ma
sono molti di meno coloro che dicono di essersi innamorati di
nuovo della stessa persona. Di questa seconda categoria fa parte
Pupi Avati, che ha raccontato questa esperienza in
‘Rinnamorarsi’ (Solferino, pp. 128, 15 euro), primo titolo della
collana ‘Notti bianche’ ideata e curata da Isabella Borghese, da
oggi in libreria.
Tutto è cominciato con una lettera pubblica di Avati alla
moglie, uscita sul Foglio qualche mese fa. “Molti hanno trovato
sorprendente che la rivelassi – spiega all’ANSA Avati – perché
attiene probabilmente più al privato. A me sembra che sia un
passaggio nella vita di cui nessuno parla, non credo che
riguardi solo me stesso”. Da lì è arrivata la voglia di
trasformare quel testo in un libro che ripercorre la vita di
Avati da diversi punti di vista, dagli amori alla carriera e il
suo influsso sui legami familiari, passando per il rapporto con
la fede. Una riflessione libera in cui non manca qualche mea
culpa nei confronti dei suoi cari.
“A questa età (Avati ha 86 anni, il 3 novembre saranno 87,
ndr) c’è un ritorno alla propria infanzia – afferma -. Un
vecchio ride e piange con più facilità di quanto non faccia un
adulto. A me sono tornate a piacere le caramelle: tutti i giorni
chiedo a mia moglie se ha ricordato di comprarle”. Poi c’è
“questa fragilità non solo emotiva, anche fisica – prosegue -.
Per cui vedo negli altri la necessità che mi siano vicini. La
vulnerabilità che ho raggiunto mi ha sicuramente migliorato.
Sono meno competitivo, meno invidioso, ho un’attenzione diversa
riguardo al mio prossimo. E poi ho una nostalgia fortissima dei
miei genitori”.
Avati in ‘Rinnamorarsi’ tocca più volte il tema della
vulnerabilità e di come viviamo in un mondo in cui spesso è il
cinismo ad essere premiato. Pure nel cinema? “Del cinema
probabilmente è meglio non parlare – ribatte -. Sta vivendo un
momento di grande difficoltà. Quello italiano non mi sembra che
incida più sulla vita né politica né sociale del Paese. Funziona
di più il prodotto americano: il nostro è un Paese, almeno a
livello cinematografico, colonizzato culturalmente”. La crisi
del cinema per lui è iniziata “quando hanno incominciato a
finanziare i film italiani attraverso il tax credit. Più si
gonfiavano i budget, più il tax credit aumentava. Per alcuni
anni le produzioni hanno dilapidato producendo film a costi
fuori mercato. E nel frattempo la finestra tra l’uscita in sala
e la proiezione in tv o sulle piattaforme si è sempre più
ristretta. In Francia ci sono 15 mesi tra l’uscita al cinema e
quella sulle piattaforme. Questa legge in Italia non la si farà
mai, ci sono interessi delle major americane”.
Tra le parti più spassose di ‘Rinnamorarsi’ c’è un
susseguirsi di aneddoti su fallimenti amorosi e non solo, in cui
Avati dimostra un’autoironia brillante. “Credo oggi le persone
reagiscano peggio al fallimento, perché c’è già un pessimismo
diffuso – sostiene -. I media non fanno altro che dire che i
giovani non hanno prospettive. Poi c’è un fattore caratteriale.
Il non essere stato ricambiato dalla musica quanto l’amavo io è
stato già un primo fallimento per me, di quelli che mi dovevano
gambizzare. Invece, ho sempre pensato che avrei dovuto trovare
un modo per dire chi ero e fortunatamente ho incontrato il
cinema, che mi ha riservato gioie, ma soprattutto dolori. Sono
sicuro che più della metà dei miei film non siano andati bene”.
A un certo punto Avati scrive che “il solo settore in cui fui
universalmente considerato talentuoso fu quello dei surgelati”.
È vero? “È una battuta”. Molto divertente. “Fa ridere tanto
anche me”.
Argomento che ricorre è pure la morte. Tocca chiedergli quale
sia il suo rapporto con essa. “Nel mio egocentrismo incomincio
ad avere una grande nostalgia di me stesso, a mancarmi”,
risponde ridendo. Insomma, andrebbe al suo funerale. “Mi
farebbero uscire dalla chiesa per i miei lamenti”. Poi torna
serio. “Quando si arriva a questa età ci si immagina come sarà
il mondo senza di noi – conclude -. La cosa più tremenda è
pensare che non cambierà nulla. Naturalmente ciò in cui cambierà
è il dolore che io produco, l’ho vissuto quando è morta mia
madre. So bene cosa vuol dire per i figli”.
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