ROMA – Papa Leone XIV entra nel cortile d’onore del Quirinale alle 10,40, scortato da trentadue corazzieri a cavallo. Sergio Mattarella lo accoglie nel sole di ottobre. Un’ora dopo compaiono nel Salone delle Feste. Mattarella parla per primo. «La scintilla di speranza» accesa a Gaza. La guerra che invece perdura in Ucraina. Il multilateralismo in crisi. Le disuguaglianze crescenti. La democrazia minacciata dagli oligarchi. Ecco i temi principali del suo discorso. È una visita di Stato, Prevost ha varcato il confine a piazza Pio XII, accolto dal vicepremier Tajani. Dentro, nel palazzo, c’è il governo al completo in prima fila, con Giorgia Meloni seduta accanto al presidente della Cei, il cardinal Zuppi.
Corazzieri, mozzetta, onori: Leone rispetta il protocollo. Appello su migranti e vita
15 Ottobre 2025
Il discorso di Mattarella dura mezz’ora. Sull’accordo di Sharm dice: «La pace vera duratura risiede nell’animo dei popoli. Diversamente, sotto la cenere della fine delle violenze cova il rancore, pronto a divampare nuovamente alla prima occasione che possa essere sfruttata, per rendersi conto allora che la fine delle violenze si trasforma, purtroppo, in una parentesi tra due esplosioni. Rilanciare la soluzione di uno Stato per ciascuno dei due popoli, la sola in grado di consentire la possibilità di un futuro in cui tutti – Israele e Palestina – trovino pace e sicurezza». Si augura «un’interruzione definitiva delle ostilità e delle violenze nella Striscia». Non manca però di ricordare che la reazione ordinata da Netanyahu «ha superato non soltanto criteri di proporzionalità, ma anche confini di umanità».
E la pace è al centro del colloquio col Papa. Loro due soli per quaranta minuti nello studio alla Vetrata. Si percepisce una sintonia ideale, una consonanza anche umana, sulle cose importanti. Entrambi citano i migranti. Lì, davanti a Matteo Salvini, che ha preso posto all’ultimo momento. Mattarella dice che «viviamo tempi di grande difficoltà». Lo preoccupa «il venir meno di meccanismi che costruiscono fiducia tra gli Stati». Il multilateralismo, imperniato sul dialogo, sembra «progressivamente accantonato». Le istituzioni sorte nel Dopoguerra «irresponsabilmente delegittimate». Prevale «la logica del più forte». Un «quadro allarmante». Né si può sottovalutare il fatto che «parte dell’opinione pubblica» rimanga come assuefatta alle guerre. Mattarella che ha cura delle parole, davanti al Papa sente che le circostanze non consentono più retoriche consolatorie. L’ora è davvero grave. E come dimenticare che «l’aggressione russa su larga scala in Ucraina continua a mietere vittime civili innumerevoli e a gettare un’inquietante ombra di insicurezza sull’intero continente europeo».
È una giornata storica, si sente ripetere. L’ultima volta di un Papa al Colle fu il 10 giugno 2017, Francesco. Mattarella, che è profondamente credente, lo onora: «Ha lasciato un ricordo indelebile». Solo che da allora sembra passato un secolo. Il mondo non solo è più pericoloso, ma rischia anche di essere più ingiusto. «Vecchie e nuove povertà si contrappongono a ricchezze sempre più smisurate». A questo proposito esprime la riconoscenza al Papa per la Dilexi te, l’Esortazione apostolica diffusa nei giorni scorsi. Poi l’affondo contro i Musk: «Non vogliamo arrenderci alla prospettiva di una società dominata da oligarchi o, meglio, da privilegiati, in base al censo, alla spregiudicatezza, all’indifferenza verso gli altri, che si profila rimuovendo i valori di uguaglianza, di solidarietà, di libertà». Disarmare gli animi e le parole. Invita all’autocontrollo: «Ai decisori politici e a quanti influenzano l’opinione pubblica spetta rifuggire dall’esaltazione dei contrasti». Ecco, a qualcuno tra i presenti saranno fischiate le orecchie. Poi, dopo il discorso del Papa, tutti abbandonano in fretta la sala. Meloni e Salvini discutono per venti minuti. Zuppi ferma il ministro Giorgetti, gli dice «bravo!». Sono parole che devono far piacere a uno dei tanti candidati al Quirinale.

