La città di New York ha aperto un fronte giudiziario senza precedenti contro i colossi del web. In una causa federale di oltre 300 pagine, presentata l'8 ottobre, l'amministrazione cittadina accusa Meta, Alphabet, Snap e ByteDance di aver progettato piattaforme “che creano dipendenza” e danneggiano la salute mentale dei ragazzi.
Accuse di certo non nuove e che si aggiungono alle decine di cause su questa falsa riga presentata nel tempo dagli enti e dalle organizzazioni più disparate. Secondo la denuncia, i social avrebbero “sfruttato la psicologia e la fisiologia dei giovani” per mantenerli online il più a lungo possibile, utilizzando algoritmi in grado di stimolare gratificazioni immediate e comportamenti compulsivi. Viene da dire: e non abbiamo ancora visto cosa succederà con l'intelligenza artificiale – vedi alla voce Sora 2 o Vibe su Meta AI.
La città chiede che i giganti del tech rispondano dei costi sanitari e sociali generati da quella che definisce una “crisi di salute pubblica”. Nella causa si cita un dato allarmante: oltre il 77% degli studenti delle scuole superiori trascorrebbe più di tre ore al giorno sui social con effetti dirompenti su sonno, concentrazione e rendimento. Tra i fenomeni collegati, a dirla tutta in modo un po' fragile, anche il cosiddetto underground surfing, le acrobazie sui treni che dal 2023 hanno causato almeno 16 vittime. Il commissario alla Salute di New York aveva già definito i social “una minaccia per la salute pubblica”, un giudizio che ora trova eco in un'azione legale ufficiale che potrebbe diventare un precedente per altre città americane.
Copenaghen: “fermare il mostro” dei social sotto i 15 anni
A migliaia di chilometri di distanza, la Danimarca si muove sul terreno della prevenzione. Anche in questo caso, però, in assenza dell'entrata in vigore del meccanismo comunitario della verifica dell'età, un po' alla cieca-. Nel discorso di apertura del Parlamento la premier Mette Frederiksen ha infatti annunciato una proposta di legge che vieterebbe l'uso dei social network a chi ha meno di 15 anni, con la possibilità di accesso controllato dai 13 solo con il consenso dei genitori. La leader socialdemocratica ha definito smartphone e piattaforme “un mostro liberato” capace di sottrarre ai ragazzi tempo, attenzione e libertà, denunciando come l'infanzia e l'adolescenza stanno diventando terreno di conquista per algoritmi che amplificano ansia, depressione e isolamento. Il testo del provvedimento, ancora in fase di elaborazione (una prima seduta parlamentare è calendarizzata per il 21 ottobre), non specifica naturalmente le modalità con cui verrà verificata l'età degli utenti. È probabile che il dibattito si concentri proprio su questo punto, poiché le possibili soluzioni – dall'uso dei documenti al riconoscimento facciale – sollevano questioni di privacy e inclusione e perché è in fase di test il già citato sistema digitale europeo per la verifica dell'età della Commissione Europea. L'obiettivo dichiarato del governo è “ridare ai bambini il diritto di crescere senza essere costantemente online”.
Italia: due proposte per limitare l'accesso dei minori
Anche l'Italia si prepara a una stretta sull'uso dei social da parte dei più giovani. In Parlamento sono in discussione due disegni di legge che affrontano il tema da prospettive diverse ma complementari. Il primo, promosso dalla Lega, propone di vietare l'accesso a piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok e WhatsApp ai minori di 14 anni, estendendo il divieto anche alle app di messaggistica come Telegram, Signal e Skype. Dai 14 ai 16 anni, l'iscrizione sarebbe possibile solo con l'autorizzazione dei genitori, mentre la responsabilità della verifica dell'età ricadrebbe direttamente sulle piattaforme. Al solito, non si specifica in quale modo lasciando aperta una vasta gamma di buchi e rischi legali e legati alla privacy. Il secondo disegno di legge, bipartisan, mira invece a fissare la soglia a 15 anni, in linea con l'orientamento danese, e affida all'Agcom il compito di vigilare sull'attuazione e pubblicare rapporti annuali. Entrambi i testi prevedono sistemi di identificazione sicuri e rispettosi della privacy, forse basati su soluzioni digitali nazionali in linea con i progetti europei di “portafoglio digitale”. Si vedrà che fine faranno, l'impressione è che finché il sistema europeo non sarà disponibile questi ddl finiranno per congelarsi.
Cosa c'è nella citazione
Nella causa depositata l'8 ottobre a New York il Comune accusa Meta, Google, Snap e ByteDance di aver deliberatamente contribuito alla crisi di salute mentale giovanile, trasformando i sociali in strumenti di dipendenza. Nel documento si legge per esempio che “depressione, ansia, disturbi alimentari e ideazione suicidaria hanno raggiunto livelli record tra i minori” e che un “corpus crescente di dimostrare identifica i social media dipendenti come uno dei principali motori di questa emergenza”. La procuratrice generale Laetitia James sostiene che le piattaforme come TikTok hanno “creato consapevolmente funzioni progettate per provocare un uso eccessivo e compulsivo”, sfruttando “i meccanismi psicologici e neurologici ancora immaturi dei bambini” per mantenerli connessi più a lungo possibile. L'effetto, si legge ancora, è un impatto negativo “su quasi tutti gli indicatori del benessere mentale giovanile” – dalla depressione all'ansia, fino ai disturbi del sonno – mentre il tempo trascorso online sottrae spazio a relazioni reali, studio e riposo. In sintesi, secondo la procura, l'industria dei sociali non avrebbe semplicemente accompagnato la crisi – posizione fra l'altro molto comune nelle diverse campagne contro queste piattaforme viste negli anni – ma l'avrebbe progettato a tavolino, consapevole di quanto la vulnerabilità dei minori fosse la chiave per un impegno senza limiti.

