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    In viaggio ascolto la natura

    admin5698By admin56988 Ottobre 2025Nessun commento12 Minuti di lettura
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    "In viaggio ascolto la natura"
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    Le sue opere danno voce alla natura. Dalle montagne dell’Himalaya alla calotta glaciale della Groenlandia, la sfida di Roberto Ghezzi, è quella di catturare l’anima del paesaggio nel quale si immerge, in totale ascolto. L’ha chiamata naturografia, «un’idea, non una tecnica», precisa l’artista di Cortona. Dal paesaggio toscano, intriso di muschi e licheni, dove Ghezzi ha imparato a disegnare col padre per poi proseguire gli studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze, ai luoghi più remoti ed estremi della terra, dall’Alaska alla Patagonia, dal Nord Macedonia, alle Isole Svalbard, la sua è un’arte che sorprende e che si può ammirare dal 4 al 26 ottobre a Villa Ghirlanda Silva, alle porte di Milano, nella mostra personale GRAFIE. Ghiaccio, luce e tempo. L’occasione è unica per ammirare due progetti diversi: The Greenland Project riguarda monotipi stampati senza l’utilizzo del torchio ed è stato realizzato in Groenlandia in collaborazione con il Cnr Isp; The Mountain’s Eyes è dedicato alle fotografie stenopeiche (senza l’uso di lenti e obiettivi) realizzate in Nepal sull’Annapurna.

    Come sono nati questi due progetti in mostra?
    «Il cuore di The Greenland Project, è stato un’alga rossa, la Chlamydomonas Nivalis, che cresce in tante aree della Groenlandia, ma anche delle nostre Alpi, nei punti in cui il ghiaccio si fonde, perché ha bisogno dell’acqua per crescere. Per un mese e mezzosono stato ospite di una residenza, The Red House, che ha sponsorizzato parte del progetto.Il Cnr Isp mi ha fornito gli strumenti, le indicazioni, mi ha suggerito i luoghi in quell’area e poi, una volta realizzate le opere, le ha studiate. L’alga non è causa del cambiamento climatico, però essendo rossa riflette meno i raggi del sole e li assorbe di più, scaldando maggiormente l’acqua là dove cresce. Crea dei piccoli punti di calore nel ghiaccio e questo ne accelera la fusione in modo esponenziale. Le opere, realizzate sia sotto ghiaccio bianco sia sotto il ghiaccio in cui c’era l’alga rossa, sono delle vere e proprie radiografie perché il sole attraversa il ghiaccio, colpisce la carta e la fa diventare più o meno blu a seconda dello spessore del ghiaccio stesso. Dove c’era l’alga abbiamo visto che il ghiaccio aveva una struttura diversa. L’alga c’è sempre stata, ma più fa caldo, più cresce l’alga, più il ghiaccio si fonde. È un effetto a catena che non è determinato direttamente dall’uomo, ma indirettamente sì».

    Come hai realizzato queste radiografie naturali?
    «Cospargendo dei fogli di carta fatti a mano di una soluzione che, a contatto con la luce, diventava blu. Volevo interagire con il ghiaccio durante il passaggio dallo stato solido a quello liquido. Ho lavorato d’estate con temperature di poco superiori allo zero, quindi in grado di iniziare il processo di fusione. Ho messo queste carte fotosensibilizzate sotto strati di ghiaccio fra i 5 e i 7 centimetri e le ho lasciate lì per diversi minuti. Quando le temperature salivano sopra lo zero, il ghiaccio si fondeva lasciando le sue impronte».

    In Nepal hai voluto “dare gli occhi alle montagne”, come hai fatto?
    «Attraverso la fotografia stenopeica, una tecnica molto antica. Anche il Canaletto, il Caravaggio utilizzavano il foro stenopeico per disegnare sulle tele. Io l’ho ripresa, un po’ poeticamente, per immaginare cosa vedrebbero le montagne se avessero gli occhi. Ho realizzato il progetto a 4300 metri, nel campo base dell’Annapurna. Nello zaino mi sono portato solo cento fogli di carta emulsionata, perché avevo tutto sulle spalle. Mentre salivo a piedi da Pokhara, il villaggio alla base di questo cammino, raccoglievo le lattine di birra gettate a terra dagli scalatori, dai turisti ma anche dai locali, le tagliavo e mettevo dentro le carte già emulsionate. Poi le richiudevo ermeticamente e facevo un foro con uno spillo, creando piccole camere oscure che ho inserito negli anfratti delle rocce. La luce del sole entrava dentro le lattine e imprimeva sulla carta emulsionata l’immagine del paesaggio che le montagne avevano di fronte a loro. Si vede il passaggio del sole in questi negativi, che ho poi trasformato in positivi. Sono paesaggi sognanti, con colori quasi surreali perché il freddo della notte e il caldo del giorno hanno alterato i colori dentro la lattina e quindi sembrano aurore boreali blu, verde smeraldo. Le linee che si vedono sono i passaggi del sole nel cielo, i fotoni che bruciavano la carta. Se la lattina è rimasta esposta dieci giorni si vedono dieci linee, se è rimasta trenta giorni se ne vedono trenta. Quindi due progetti che parlano con una tecnica diversa ma con una stessa ricerca».

    La mostra “GRAFIE. Ghiaccio, luce e tempo” di Roberto Ghezzi, dal 4 al 26 ottobre a Cinisello Balsamo, nell’ambito della 5ª edizione di Impronte

    Che cosa ti ha colpito al campo base dell’Annapurna?
    «L’atteggiamento di tutti i camminatori, gli alpinisti, i turisti. È un luogo molto frequentato, uno dei trekking più famosi del Nepal e forse del mondo. È un percorso che richiede dieci giorni per salire e dieci per scendere e la tappa più spettacolare, più bella, che ti toglie il fiato, le parole e anche l’immaginazione, è quella finale. Ogni giorno vi arrivano centinaia di persone e rimangono, quasi tutte, solo una notte. La sera quando arrivano sono stanche e vanno a letto. La mattina si mettono a fare i video sui social, i selfie e alle 10 scompaiono per tornare a valle. Dalle nove della mattina fino alla sera, quando arrivava il gruppo successivo, ero sempre da solo, sotto uno dei luoghi più belli della terra. Questo è un messaggio forte. Fra l’altro nelle mie fotografie le montagne parlano chiaro. Anche non volendo credere che abbiano occhi e anima, nelle foto le persone non si vedono perché vanno troppo veloci. Questa volontà di guardare tanto, senza alla fine vedere nulla, durante un viaggio, porta a un rapporto bulimico con l’ambiente. Ovunque, anche nei nostri sentieri alpini, o sulle nostre spiagge italiane, le persone non si danno il tempo di esserci davvero, di lasciare che quel paesaggio entri dentro i loro occhi per poi scendere dentro. Io sono rimasto lì dieci giorni e per me sono stati insufficienti».

    Il tuo processo artistico richiede un’immersione totale nella natura?
    «Ho chiamato la mia pratica naturografia, il nome di un’idea, non di una tecnica: anziché intervenire per rappresentare colori e forme del paesaggio, lascio che sia il paesaggio stesso ad autorappresentarsi, anzi, direi meglio a presentarsi, nei supporti che via via immergo, sotterro, espongo all’aria, agli elementi, ai sedimenti, al tempo. C’è una delega alla natura, l’artista fa un passo indietro, che è simbolico oltre che effettivo. L’uomo ha già fatto e detto molto quindi, in qualità di uomo in primis e di artista che interagisce con il paesaggio in secondo luogo, ritengo opportuno far sì che il paesaggio si esprima senza mediazioni, senza che la mano dell’uomo possa intervenire, anche in senso estetico, rappresentativo, modificandone la portata, che in questo caso sarà autentica al massimo grado. Questa è la premessa di tutti i miei lavori. L’altro elemento è il tempo. Sono tutte opere che non hanno una risoluzione immediata, non si svolgono nell’ambito di un clic o di un’ora, ma in tempi molto dilatati, da giorni ad anni, a seconda del supporto e del lavoro specifico».

    Qual è stata la prima esperienza di naturografia?
    «Risale a circa 15 anni fa, quasi per sperimentazione casuale, ho iniziato a lasciare dei tessuti nei boschi vicino a casa per molte settimane, senza trattarli, senza scegliere troppo neanche il tipo di tessuto – cose che adesso faccio – quasi per una volontà di avere un dialogo diretto ancor più stretto con l’ambiente, che nemmeno la pittura en plein air mi poteva più dare. Non c’ero più io che disegnavo, che facevo i colori ma era proprio il luogo che fino ad allora avevo guardato e impresso sulla tela, che si auto imprimeva. Un gesto finale, chiamiamolo così».

    Tutta la tua produzione artistica è fondata sul paesaggio naturale, anche la pittura?
    «Io sono nato pittore di paesaggio. Lo sono sempre stato, fin da piccolo e anche dopo l’Accademia e quindi il paesaggio, al quale adesso chiedo un aiuto, un intervento diretto sui miei supporti, carta, carta fotografica, tele, è sempre stato oggetto del mio interesse dal punto di vista rappresentativo. Poi è stato naturale voler andare oltre una rappresentazione. Sono nato in un luogo nell’Appennino vicino a Cortona dove il paesaggio è molto caratterizzante, nel senso che il contatto tra natura e artificio, quindi la pietra etrusca, le mura, è sempre stato qualcosa di familiare. Sono nato e mi sono formato in un luogo in cui il paesaggio scolpiva, non sui miei supporti, ma sulle pietre, i licheni, i muschi. Il paesaggio toscano per antonomasia è creato sia dall’uomo ma anche dall’ambiente stesso. Il cipresso, l’olivo, il pino sono tutte essenze portate dall’uomo ma poi scolpite anche dal clima toscano. Questa è la mia origine e io l’ho portata alle estreme conseguenze, delegando totalmente l’ambiente naturale e la natura alla creazione delle mie opere. Io predispongo, studio e poi, dopo, scelgo di prelevare. Ma tutto quello che si crea, i colori e le forme, non viene da me modificato».

    Hai mai percepito un linguaggio del luogo?
    «Sì, la base di partenza non è mai aprioristica. Scelgo un tipo di approccio in virtù di quello che trovo. Per esempio, ho un progetto in corso in Sardegna nelle grotte di Ulassai con piante che crescono dentro le grotte e fornisco un supporto che è adatto solo per quel luogo. Quindi la voce del luogo, del fiume, della grotta, del ghiacciaio, è quella a cui io devo in qualche modo consentire di esprimersi attraverso i miei supporti. Naturalmente, questa “entità” non può spiegarmi a parole qual è il supporto migliore affinché possa dipingere, scolpire, scrivere. Sono io che devo cercarlo, prepararglielo e fornirglielo per capirla, vederla e raccontarla agli altri».

    Hai vissuto un momento particolarmente intenso in una delle tue spedizioni?
    «Molti. In Groenlandia ero sempre con una guida Inuit che non parlava una parola di inglese. Ogni mattina dovevo andare dall’altra parte del fiordo e lui, Kuluzuk, mi accompagnava con la barca pilotandola fra un labirinto di iceberg che, col vento, si muovevano. È stato un rapporto molto intenso, senza parole. Io ero sempre immerso nei miei lavori, nelle mie provette, nei tentativi di far parlar questo ghiaccio, cercare l’alga rossa e via dicendo. Una delle ultime sere, mentre lui mi riporta verso casa, in questo dialogo di sguardi e silenzi perenni, intravediamo nella baia, a circa 50 metri dalla barca, una balena megattera che delfina, compie cioè un tipico movimento che chiamano humpback whale: in quel momento la coda sialza, taglia la superficie del mare e crea uno spruzzo che con la luce del sole fa l’effetto dell’arcobaleno. Un’immagine bellissima. Subito sono stato tentato di prendere la macchina fotografica per fermare quel momento, però in qualche modo la presenza così silente, composta, dignitosa di Kuluzuk, è stata da monito. C’è stato un incrocio di sguardi e allora, forse per la prima volta durante quel mese e mezzo, non ho voluto documentare, ma soltanto assaporare insieme a lui, condividere quel momento. Ho visto nei suoi occhi un’approvazione totale. Abituato a vedere continuamente gruppi di persone che vanno lì con obiettivi da sei chili, zoom, droni. Non c’è nulla di male ovviamente a scattare una foto, ma quando tutto viene visto soltanto attraverso un obiettivo, diventa una rapina visiva dell’ambiente. E io, che sono artista visivo, mi sono sentito quasi in colpa. In qualche modo ho ristabilito un patto nel momento più bello, rinunciando a fotografarlo».

    In Nepal, Roberto Ghezzi ha trascorso dieci giorni al campo base dell’Annapurna, a 4.300 metri di altezza, realizzando il progetto fotografico The Mountain’s Eyes

    La tua arte è sempre anche legata alla scienza?
    «Sì, perché ritengo che arte e scienza siano due modi di interpretare la stessa realtà e quindi sono due strade che possono avere delle profonde connessioni e si possono aiutare vicendevolmente. In tutti i miei progetti utilizzo delle matrici che raccolgono dati. Li chiamo supporti, li chiamo carte, li chiamo tessuti li chiamo fotografie ma raccolgo dei dati perché vengono lasciati senza la mia intermediazione e liberi di interagire con l’ambiente. A livello scientifico è interessante. Se ne ricavano delle risposte. Oppure altre domande».

    Un luogo che hai in mente di indagare?
    «La Siberia, in particolare il lago Bajkal, oppure la Kamchatka. La Siberia è un luogo, secondo me, molto interessante e ho da sempre il sogno di esplorarla, visitarla e fare ricerca. Per mia natura amo molto più il freddo del caldo e quindi montagna, ghiaccio, foresta boreale non tropicale, sono i miei luoghi d’elezione».

    Di tutti i posti che hai conosciuto, ce n’è uno che ti ha cambiato nel profondo?
    «Sì, è a mezz’ora da casa mia. Lo chiamo il luogo dell’origine. È un posto come milioni di altri, però mi ci accompagnava mio padre da piccolo quando mi insegnava a disegnare. Ci andavo con lui a raccogliere funghi e castagne. Credo che tutta la mia ricerca dipenda dalla volontà di tornare a quell’epoca, a quel momento in cui il rapporto con mio padre era così stretto. Quello che faccio adesso è un’amplificazione, una volontà vana, di tornare a quel tempo e a quel paesaggio che era visto da me come un giardino dell’Eden. Un luogo che in realtà è un mix fra tutto quello che c’è fuori e quello che c’è dentro come quelli descritti dal libro che sto leggendo “Dietro le cascate. Un viaggio nell’ultimo luogo segreto” di Ian Baker (Corbaccio, 2006). Secondo i monaci tibetani in Tibet c’erano luoghi in cui l’interno e l’esterno convivevano. E tutto quello che faccio in fondo lo riconduco a questo luogo che ha dato origine a quello che sono adessoquindi è il posto in cui è nato tutto. È un luogo della memoria, un luogo interiore. Ci sono un fiume, delle rocce, però nulla che non si possa trovare ovunque. È un luogo che vive dentro di me».

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