«Non ricordo di aver mai fatto sesso senza essere sotto effetto di “qualcosa”. Persino durante le mie prime esperienze sessuali c’erano alcol o hashish. Avevo 14 anni quando ho iniziato. Nel tempo, ho provato acidi, pastiglie anestetizzanti, varie altre sostanze chimiche che offriva il mercato della mia post adolescenza. A 30 anni mi sono trasferito a Milano e lì ho conosciuto le droghe legate al sesso: Ghb (la cosiddetta ecstasy liquida o “droga dello stupro”, ndr), Gbl, solventi… sostanze psicoattive che tolgono le inibizioni e aumentano la resistenza fisica e mentale durante la performance sessuale. A me servivano soprattutto per placare il malessere e i sensi di colpa legati alla mia omosessualità. Una consapevolezza contro cui lottavo, nell’incapacità di decidere se ammettere di esserlo oppure no. Quando poi però mi trovavo a vivere questa mia sessualità nascosta, scattava la voglia di farlo in modo potente, con una prestazione molto forte. Nonostante gli eccessi, tenevo in piedi la mia vita lavorativa e sono riuscito a far funzionare questa routine per anni. A un certo punto, però, sono arrivati gli effetti devastanti. Ho iniziato a perdere i denti e sono dimagrito drasticamente: per fare sesso non pensavo più a mangiare. Anzi, per l’idea di fare sesso, perché a un certo punto ti droghi talmente tanto che il sesso diventa un finto obiettivo. Cerchi gente sempre nuova che ti arriva in casa, ma poi non ti va più bene e ne cerchi altra. Un supplizio… La stessa droga non ti dà più piacere. All’inizio è una sensazione nuova molto forte, prorompente, perché davvero non hai mai provato cose così nella tua vita. Poi però l’unico piacere che ti dà è toglierti l’astinenza. Così, a 40 anni – quando in genere si pensa a un uomo come a una persona matura, realizzata – io sono entrato in comunità».
Oggi Giorgio ha superato i 50 anni e mi parla al telefono in anonimato. Ha accettato di raccontarmi la storia della sua dipendenza da «chemsex», l’uso di sostanze sintetiche per amplificare e prolungare l’eccitazione sessuale. Il sesso in questione si fa in gruppo, principalmente tra omosessuali o bisessuali, uomini che fanno sesso con uomini oppure uomini eterosessuali con un’omosessualità interiorizzata e che, proprio grazie all’uso di queste sostanze sintetiche, riescono a superare i blocchi e a entrare in connessione con gli altri.
Un fenomeno senza dati ufficiali, partito negli anni ’80 in città come Londra, Parigi, Berlino, dove si praticava all’interno di sex club e discoteche, e che oggi si è diffuso ampiamente anche in Italia attraverso party e contesti perlopiù privati, ma dove resta ancora sottostimato.
Nonostante sia in psicoterapia, Giorgio frequenta tutti i giorni un gruppo di autoaiuto per persone con dipendenze come la sua. «Stare a contatto con loro è un privilegio per me», spiega. «Posso condividere le mie più grandi debolezze, cose di cui normalmente mi vergogno, quelle che non dici a nessuno perché ti sentiresti escluso, deriso. Paradossalmente, quelle stesse cose nel gruppo ti fanno invece sentire uguale. Sono contento di provare questo bisogno di condivisione. La maggior parte di noi, quando decide di farsi curare, pensa di entrare in una sorta di autolavaggio, con un carrozziere che lava, cambia i pezzi e ti rimette a nuovo. Ma non funziona così. Non c’è niente che ti può far sentire al sicuro, la dipendenza che hai dentro è sempre latente. È come avere del gas in una bombola, lo puoi comprimere, rendere liquido, ma dopo cento, mille anni è ancora lì: basta una scintilla e prende fuoco».

