Non sorprende che in giorni di mobilitazioni di massa per la Palestina, La voce di Hind Rajab sia tra i film più visti in Italia al cinema. Un risultato non scontato per un film «piccolo» e politico, sprovvisto di nomi di richiamo in cartellone.
L’opera della regista tunisina Kaouther Ben Hania racconta la storia vera di Hind Rajab, la bambina palestinese di sei anni rimasta intrappolata in un’auto colpita dai carri armati israeliani a Gaza lo scorso gennaio. Con lei, la sua famiglia: sei persone, tutte uccise. Hind rimase viva per ore, ferita, chiusa dentro la macchina, con il cellulare ancora acceso. Fu lei a chiamare la Mezzaluna Rossa palestinese chiedendo aiuto, supplicando i soccorritori di raggiungerla. Quelle telefonate, con la sua vera voce, sono il cuore del film. Quella voce che chiama aiuto, implora assistenza è la materia narrativa attorno alla quale è costruita la finzione. Non un documentario, dunque, ma un film che prende un fatto vero e lo trasforma senza trasformarlo: la voce è autentica, i «nodi» del racconto sono recitati, l’intento è insistere su un’esperienza e non su un’interpretazione.
Il merito più immediato del film è la decisione radicale di lasciare quella voce al centro: l’audio originale è trattato come un organismo vivo. Il resto del film si dispone intorno a quel battito: poche immagini, misurate, scelte per concentrare l’attenzione sull’ascolto. La regia evita spiegazioni, elimina commenti esterni; preferisce la geometria fredda di una regia che costruisce la tensione mostrando i piccoli gesti degli altri personaggi.
Sul piano visivo, Ben Hania ricostruisce il teatro della crisi concentrandosi sulla sala operativa dei soccorsi. Vediamo operatori con le cuffie, luci al neon che riflettono sui loro volti, monitor che mostrano mappe digitali; le loro mani, i tic, le sigarette. Sono corpi che apprendono la notizia attraverso una voce altrui, e reagiscono come tutti davanti a un dolore vero: solidarietà, rabbia, impotenza.

