Il colosso tedesco della componentistica automotive riduce drasticamente il personale nella divisione propulsioni elettrificate. Tra sacrifici salariali e prepensionamenti, l’accordo con i sindacati evita i licenziamenti forzati ma conferma la crisi del settore elettrico in Germania.
La crisi dell’elettrico colpisce ancora. ZF Friedrichshafen, colosso tedesco della componentistica automotive, ha messo nero su bianco i dettagli del piano di ristrutturazione che farà tremare l’intera filiera: 7.600 esuberi nella divisione motori, un colpo che si abbatterà principalmente sul settore delle propulsioni elettrificate.
Sede ZF
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Il Prezzo del Rallentamento Elettrico
Sono passati pochi mesi dall’annuncio shock di luglio, quando ZF aveva preannunciato fino a 14.000 tagli in Germania. Ora l’azienda ha definito il perimetro con maggiore precisione: la divisione Powertrain Technology, che conta circa 30.000 dipendenti e produce componentistica per motori elettrici, convenzionali e ibridi, sarà quella più colpita.
La causa? Un mix esplosivo tra elevato indebitamento e, soprattutto, il drammatico rallentamento della domanda di veicoli elettrici. Il mercato dell’e-mobility, che doveva essere il futuro dell’automotive tedesco, si sta rivelando un presente molto più complicato del previsto.
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Sacrifici su tutti i fronti
L‘accordo raggiunto con il consiglio di fabbrica e il sindacato IG Metall, dopo settimane di proteste e tensioni, prevede un piano con orizzonte temporale fino al 2030. Ma le concessioni richieste ai lavoratori vanno ben oltre i soli esuberi: l’orario di lavoro settimanale sarà ridotto del 7% fino al 2027, mentre l’aumento salariale del 3,1% originariamente previsto per aprile 2026 slitta a ottobre dello stesso anno. Per gestire gli esuberi, l’azienda farà ricorso a prepensionamenti e programmi di riqualificazione, affiancati da incentivi specifici per chi sceglierà l’uscita volontaria.
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Licenziamenti evitati, ma a quale prezzo?
Il sindacato può rivendicare una vittoria: nessun licenziamento forzato. Ma è una vittoria amara. L’intesa rappresenta l’ennesimo campanello d’allarme per l’industria automobilistica tedesca, che si trova schiacciata tra la transizione elettrica più lenta del previsto e la pressione competitiva dei produttori asiatici.
ZF è solo l’ultimo nome di una lista sempre più lunga: da Volkswagen a Bosch, l’intera filiera automotive della Germania sta pagando il conto di una scommessa sull’elettrico che non sta dando i frutti sperati nei tempi preventivati.
La domanda ora è: questa è solo la prima ondata di una crisi più profonda, o il settore troverà il modo di riequilibrare domanda e capacità produttiva prima che sia troppo tardi?

