Davanti al suo obiettivo hanno posato personaggi inarrivabili come Isabella Rossellini, Linda Evangelista o Christy Turlington. Sullo sfondo, i luoghi più belli della Terra: dalla Polinesia al Deserto del Mojave fino alla sua amata Pantelleria. È la vita di Fabrizio Ferri, uno dei più celebri fotografi italiani contemporanei, che oggi ha deciso di raccontarsi in un libro autobiografico: Fin qui. Fotografia di una vita. Un’esistenza in cui, se la moda ha fatto da filo conduttore, sono state le esperienze umane a dare sempre senso a tutto.
Imprenditore visionario e filantropo, Fabrizio, dallo scorso aprile, si è schierato ufficialmente dalla parte del pianeta: la sua installazione intitolata Breathtaking (senza fiato), dopo il debutto al Museo di Storia Naturale di Milano, è approdata a Venezia fino al 23 novembre, a Casa Sanlorenzo. Un progetto artistico di denuncia, nato quando sua figlia Emma gli ha mostrato le immagini di un delfino e una foca soffocati in mare dai sacchetti di plastica. Per lui, che da sempre considera gli elementi della natura come “ingredienti della vita” e fonte di ispirazione primaria, era arrivato il momento di creare un’opera che evidenziasse la stretta correlazione tra l’inquinamento dei mari e le conseguenze letali per la nostra vita, un momento dal forte impatto emotivo, per riflettere sull’effetto devastante delle plastiche e delle microplastiche negli oceani.
Per l’occasione, Fabrizio ha scattato una serie di ritratti intensi e drammatici agli amici di una vita, talenti di fama internazionale che si sono prestati a posare come se la plastica impedisse loro di respirare, proprio come accade alle creature marine: «Ciascuna delle stampe in grande formato è appesa su una parete nera, trafitta da due chiodi in ferro battuto forgiati a mano – spiega Ferri -. Lo spettatore si trova immerso all’interno di questa installazione, al centro della quale è collocata una bara di vetro trasparente riempita d’acqua». Un messaggio diretto e inequivocabile.
Da dove arrivano le plastiche protagoniste dei ritratti?
«Le abbiamo prese dal mare. Abbiamo fatto una raccolta di queste schifezze, in giro, sulle coste. Poi, non ho dato istruzioni a nessuno, preferisco che il protagonista dello scatto non abbia idee preconcette. Vedendo queste fotografie si capisce che i personaggi che fanno parte di questa installazione provano veramente qualcosa di imprevisto. Si vedono le lacrime, la paura. Le immagini sono forti perché c’è un’emozione autentica che traspare dallo sguardo. Per esempio Isabella (Rossellini, ndr) ha voluto fare a tutti costi una seconda foto con le cannucce premute sulla pelle del viso, al punto che è uscita col sangue che colava da una guancia. Sting continuava a premere in bocca questa plastica, fin quando stava per soffocare. Lì si è fermato e io ho scattato…».
Quanto conta oggi raccontare il mondo con senso di responsabilità e non solo attraverso la bellezza?
«È l’unico modo in cui la fotografia può avere ancora un senso, un significato e una dimensione. La fotografia deve poter spingere dei contenuti, dei moniti e raccontare delle storie muovendo sentimenti. Se vuole fare arte, la fotografia deve avere significato altrimenti va a cadere nei miliardi di immagini che ci invadono quotidianamente, sui social e ovunque. Immagini perfette ma che raccontano quello che uno ha fatto, non quello che ha dentro».
Parlando di viaggi, c’è un paesaggio che più di altri ti toglie il fiato, in senso positivo, questa volta?
«Il deserto. Per la luce che non va via, per la sabbia… È da sempre il posto che mi tiene con il fiato sospeso. Un altro luogo che ha questo effetto su di me è il fondale marino. Sono un apneista, vado in apnea, a 30, 35 metri, e quando arrivo sul fondo a quelle profondità, con il buio e la pressione dell’acqua, ecco lì ho una sensazione straordinaria».
Se oggi potessi scegliere un solo luogo in cui fermarti e raccontare una grande storia, quale sarebbe ?
«Venezia, perché è la capitale dell’acqua così come New York è la capitale della terra. Siccome il mondo è fatto per l’80 per cento di acqua, essere la capitale dell’acqua è una cosa importante. E questa città la rappresenta, nel bene e nel male, inclusa tutta questa follia del rapporto dell’uomo con l’acqua. Venezia è un posto incredibile».
Roma è la tua città d’origine, ma l’hai abbandonata molto presto. Come la vivi oggi?
«La vivo non con l’affetto di un uomo che ci è nato ma con gli occhi e il cuore di uno che ogni volta la vede per la prima volta. Di qualcuno che ha sempre gli occhi freschi quando la vede rimane sorpreso e se ne reinnamora. Quando vado a Roma e devo andare da un posto all’altro, scelgo sempre i percorsi più belli, le strade romane, le terme di Caracalla, il centro storico o quel magico Lungotevere, cerco sempre di passare per la Roma che ben conosco, ma che ogni volta mi rinnova un sentimento che toglie il fiato. Non ho nostalgie, quando torno non ritrovo la Roma di quando ero bambino».
Un momento dell’installazione Breathtaking, esposta fino al 23 novembre a Casa Sanlorenzo, a Venezia
Milano, Roma, Londra, New York e Pantelleria: se dovessi raccontare la tua vita con un’immagine simbolo per ciascun luogo in cui hai vissuto, quale sceglieresti?
«A Roma i muri, i fianchi delle vie romane degli acciottolati, dell’Appia antica. Sono pieni di fascino. Farei delle fotografie ai muri come fossero delle tele. A Londra forse il Tamigi o Walton Street con le case bianche, piccole, dai portoni colorati. Molto elegante e molto discreta. Di Pantelleria fotograferei le sue pietre, che sono gli ingredienti di cui è fatta l’isola. Le pietre cantoniere delle sue case, i dammusi, ammaestrate dall’uomo. A Milano ho vissuto tanti anni quanti a New York. Farei una fotografia in cui la città si vede e non si vede. Si intuisce qualche cosa che vale la pena conoscere, ma non si vede. Perché la bellezza, il fascino di Milano è nascosto. È nei cortili, nei secondi cortili, è qualcosa di discreto che non è evidente. Non è come Roma, New York o Londra. È un’eleganza nascosta che a me ha sempre affascinato».
Quanto Pantelleria ha influenzato il tuo lavoro?
«Me ne sono innamorato perché aveva degli ingredienti veramente speciali. Primo il vento. Devi avere a che fare con questo elemento forte, e per poter fare il tuo lavoro, devi inventarti un modo di essere armonico al vento, di usare questo elemento a tuo favore. Per la luce è la stessa cosa. Una volta è quella velata dallo scirocco, un’altra volta è tersa e tagliente perché c’è il vento di maestrale o la tramontana. Quindi questa luce che cambia piano piano più volte in un giorno, anche durante lo stesso servizio fotografico, bisogna considerarla come un elemento che arricchisce il servizio. Anche questo è stato un insegnamento che viene dall’aver visto che l’uomo, per qualche motivo, si è fissato a voler vivere su quest’isola, ma per sopravvivere ha dovuto usare la propria intelligenza per creare una forma di agricoltura e di architettura diversa. Questa è la cosa che mi ha sempre affascinato di Pantelleria e nel mio piccolo, per poterci lavorare, ho dovuto trovare la maniera intelligente di convivere con la sua unicità, anche usando la mia sensibilità».
E New York cosa significa per te?
«È la mia casa, la mia vita, ed è per me la città più romantica del mondo, dove c’è tutto il bene e tutto il male. È una città dove è tutto così esposto ma anche dove tutto può essere scelto, negato. È tutto e il contrario di tutto. Per me le passeggiate lungo l’Hudson o l’East River sono qualcosa di meraviglioso, con lo skyline di Manhattan visto dal fiume».
Qual è il tuo rapporto con l’Italia?
«L’Italia per tanti motivi è davvero il paese più bello del mondo. Custodisce il 70 per cento della bellezza del pianeta. E forse il bello di non viverci è proprio questo: ogni volta che torno, vengo investito da questa meraviglia. Possiamo lamentarci ovunque delle stesse cose ma quando siamo qua, il bello che abbiamo noi non ce l’ha nessuno. L’unica cosa che trovo straordinaria invece in America è l’incredibile varietà della natura: dal Grand Canyon ai parchi nazionali, ai deserti, c’è tutto».
Dove ti senti davvero a casa?
«Ovunque ci sia io e la mia famiglia, mia moglie. Non sono i luoghi che fanno me, sono io che faccio i luoghi, dovunque io vada. Ora per esempio sono a Venezia, e da quando sono arrivato non faccio altro che pensare che dovremmo avere una base anche qui. In ogni posto in cui vado e che mi piace, mi sento subito a casa e vorrei viverlo con la stessa familiarità di una casa».
L’autobiografia di Fabrizio Ferri si intitola Fin qui. Fotografia di una vita (Rizzoli, 2025)
Dai paesaggi siberiani al cuore dell’Africa, in che modo i luoghi estremi, lontani o scomodi hanno influenzato il tuo modo di fotografare?
«Mi hanno aiutato ad avere la consapevolezza che non possiamo intervenire sulla lunghezza della nostra vita, ma certamente possiamo intervenire su quanto possa essere larga. La nostra vita può essere estesa in larghezza, può essere portata avanti a pettine, non come uno spillo. Conoscere il mondo è tutto. Mi ha sempre aiutato ad affrontare la vita come qualcosa di vasto, di largo. E quindi l’ho sempre accompagnata in questa sua grande estensione. Quando incontro le persone per fare un ritratto, questa consapevolezza mi aiuta. Non le prendo mai di punta perché ho la consapevolezza che entrano a far parte di questa estensione, con semplicità. E questo aiuta molto nel rapporto, nel fare delle fotografie rispettose e anche a riconoscersi».
Oltre a vivere in molti posti diversi, hai anche fondato luoghi come gli studi Industria. Quanto c’è di tuo in questi spazi in giro per il mondo?
«Molto, sono dei posti che tengono conto della mia esperienza. Ho sempre detto “io non sono unico” quindi se io ho bisogno di uno studio in un certo modo è molto probabile che anche per gli altri sia lo stesso. E da lì siamo partiti, ho costruito Industria Milano poi Industria New York, Industria Williamsburg, ma l’ho fatto sempre su mia misura perché ho sempre ritenuto di non essere così unico e così speciale, ma di avere delle esigenze che avevano tutti i fotografi».
Esiste un luogo che associ in modo indelebile a una singola fotografia?
«Tutti. Se ho una coscienza è il fatto che non c’è nulla che sia ripetibile nel mio lavoro. Perfino le fotografie in studio. Perché quando lavoriamo creiamo qualcosa che prima non c’era. E questo qualcosa è una fotografia che riprende quello che abbiamo dentro, quello che noi proviamo quando percepiamo il mondo, le persone, quello che abbiamo di fronte».
Parlando di viaggi, c’è un paesaggio che più di altri ti toglie il fiato, in senso positivo, questa volta?
«Il deserto. Per la luce che non va via, per la sabbia… È da sempre il posto che mi tiene con il fiato sospeso. Un altro luogo che ha questo effetto su di me è il fondale marino. Sono un apneista, vado in apnea, a 30, 35 metri, e quando arrivo sul fondo a quelle profondità, con il buio e la pressione dell’acqua, ecco lì ho una sensazione straordinaria».
La fotografia “Untitled #4” (Serie ERA) di Fabrizio Ferri fa parte della mostra Sport. Le sfide del corpo, in programma al MART di Rovereto dal 1° novembre al 22 marzo 2026
Nei tuoi tanti viaggi, c’è stato un incontro particolare che è rimasto legato a un luogo?
«Sì, il Deserto del Mojave, a Twentynine Palms in California. L’incontro che ho fatto lì, che è il motivo per cui sono tornato e ritornato a fotografare quel posto, è un uomo: Bill Borden, un pilota americano dell’esercito, che mi ha dato lezioni di volo. Ho imparato a volare grazie a lui. Tutte le mattine all’alba lasciavo l’albergo, questo avamposto dove dormivamo nel deserto, prendevo la macchina prima che sorgesse il sole e andavo in questo piccolissimo aeroporto dove lui mi aspettava e ci sollevavamo in volo. Tutte le mattine andavamo a trovare il sole in alto mentre la notte era ancora sulla terra. E poi facevamo quasi delle acrobazie: volavamo in alto e appena vedevamo che il sole toccava la punta di una duna scendevamo giù in picchiata! Col carrello dovevo toccare uno di questi punti. Era un esercizio meraviglioso. Si impara a capire e a gestire la distanza, a recuperare una manovra un po’ insolita. Era il suo modo di insegnare e rimane uno dei ricordi più belli della mia vita. Poi in albergo c’era il fitting, il trucco, i capelli della modella e si cominciava a fotografare quello stesso deserto che avevo sorvolato qualche ora prima».
Anche le foto presenti alla mostra Sport – Le sfide del corpo, sono state scattate in quel deserto…
«Sì, sono fatte fra le dune e la parte salata, dove c’era il fondo del mare è rimasto tutto sale. Quindi c’è una parte sulle dune e una parte sull’adiacente lago salato. Si chiamano Salt Flats ed è quella zona su cui io volavo quando ero a fotografare lì, con una luce meravigliosa.
Queste esperienze adrenaliniche con vista dall’alto hanno influenzato il tuo lavoro?
«Mi hanno cambiato la vita. Sono esperienze in cui tu sei su nel sole e guardi giù e vedi la notte. Sono cose meravigliose. C’è questa distanza apparente che si mette fra il suolo dove si vive e l’aria in cui stai volando, che in realtà sono unite da una stessa poesia. Sono momenti magici che diventano costituenti. E quando ne hai bisogno li ritrovi, li richiami. Anche ora che ne sto parlando sono di nuovo in quel volo».
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