È come se avessimo barattato la coscienza con l’algoritmo, non trova?
«È reale. In America ci sono già culti nati attorno all’AI. Ma il punto non è quanto l’AI sia “brava” a rispondere. Il punto è che stiamo perdendo la capacità di reggere il peso delle domande. Quelle vere, quelle che non hanno risposta. E questo, per me, è un problema spirituale».
Che cosa può offrire la filosofia in questo contesto?
«La filosofia, se vissuta bene, non ti dà certezze, ti mette in pace con le incertezze. Io la chiamo “gioioso pessimismo”: la gioia di non sapere. È una gioia adulta, difficile, che però ti fa sentire vivo. Ti fa accettare che non sarai mai compiuto, che la tua vita sarà sempre una bozza. Ma questa incompiutezza può essere splendida».
Nel libro affronta il tema dei guru: che differenza c’è tra questi e un Maestro?
«I guru sono quelli che danno risposte, sotto forma di soluzioni e formule. Ti rassicurano, ti semplificano la vita e per questo sono pericolosi. Perché la risposta definitiva è una bugia, sempre. Il maestro, invece, è colui che ti mette in pace con le tue incertezze. Che non ha bisogno di convincerti, ma di testimoniarti un cammino. Io ho avuto un grande maestro, Franco Volpi (filosofo e storico della filosofia, scomparso nel 2009, ndr), che mi ha insegnato la leggerezza del “non sapere”, ma non come rinuncia, bensì come esercizio di lucidità. I guru vendono sicurezza, i maestri ti insegnano a stare nel dubbio. E in un mondo che ha fatto dell’ansia una merce, questo è un atto rivoluzionario».
In una società anestetizzata come la nostra, qual è il rischio più grande, secondo lei?
«Vivere “una vita non vissuta”, troppo presi dal tentativo di aderire alle aspettative altrui. È il veleno più subdolo: la paura di deludere. Abbiamo padri che non possono mostrarsi deboli, adolescenti che nascondono il disagio, influencer che vivono in apnea dentro la propria immagine. Viviamo vite costruite su ciò che gli altri si aspettano da noi. E in questo modo, rinunciamo alla nostra».
E quindi che fare? Dove si trova la via?
«Uscire dalla logica dell’appartenenza. Le idee non sono una squadra di calcio. Oggi confondiamo la libertà con l’adesione a un gruppo, un’ideologia, una fazione. E appena appartieni, devi difendere a ogni costo. Ma così smetti di pensare, e cominci a combattere. E combattere per idee che non senti tue è una violenza. Prima su di te, poi sugli altri».
Filosofia e spiritualità, per lei, non sono in conflitto.
«Tutt’altro. Sono sorelle. La fede autentica — non la religione, ma la fede — è abrasiva, come la filosofia. Ti mette a nudo, ti spoglia. Ti fa vedere le maschere che indossi. Come l’arte, come la scienza. Tutte queste discipline ci rendono consapevoli della nostra ignoranza. Ma anche della nostra grandezza».
C’è una preghiera nella parte conclusiva del suo libro. È inusuale per un filosofo…
«È la preghiera di un diversamente ateo. Non chiedo miracoli, non chiedo salvezza. Prego per avere la forza di restare presente, anche quando tutto crolla. Prego per essere grato. Prego per non perdere lo stupore, per lasciare andare ciò che è finito. È una preghiera che mi ricorda che essere vivi è già il miracolo».
Alla fine, la domanda cruciale: se Dio c’è, dov’è?
«È ovunque e in nessun luogo. Ma soprattutto, è nello sguardo con cui decidiamo di vivere. Se cambi lo sguardo, cambia il mondo. Le paure diventano esplorazioni, le insicurezze diventano percorsi. La vera fede non è sapere. È ringraziare anche quando non sai. Anche quando fa male».

