Appena arrivato alla direzione di Dior, Jonathan Anderson scuote già la griffe facendo scomparire l’iconica scritta DIOR in lettere maiuscole, che firmava l’identità visiva della maison dal 2018. Al suo posto ritorna un font storico, quello scelto da Christian Dior nel 1946: una «D» maiuscola seguita da minuscole oblique, tratte dal carattere Cochin dell’incisore Charles-Nicolas Cochin. Lungi dall’essere un dettaglio aneddotico, questa scelta segna già la volontà del creatore nordirlandese di inscrivere il proprio lavoro nell’eredità della maison di avenue Montaigne. Per ora, il cambiamento si limita alle etichette e ai dettagli tessili. Una differenza sottile che aveva già contraddistinto le silhouette della collezione uomo Primavera-estate 2026, la prima sfilata del nuovo direttore artistico e che i più attenti hanno rilevato su cravatte, maglieria, borse e persino calzature.
Collezione Dior uomo primavera-estate 2026 di Jonathan Anderson.
Launchmetrics.com/spotlight
Collezione Dior uomo primavera-estate 2026 di Jonathan Anderson.
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Collezione Dior uomo primavera-estate 2026 di Jonathan Anderson.
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Collezione Dior uomo primavera-estate 2026 di Jonathan Anderson.
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«Blanding»
La scelta che abbiamo ora menzionato dice molto delle intenzioni di Jonathan Anderson. Negli ultimi anni, il lusso ha moltiplicato i loghi semplificati, con lettere maiuscole diritte, sobrie e lineari. Dior, Burberry, Saint Laurent, Celine, Balenciaga e persino Calvin Klein hanno tutti ceduto alla tentazione di un minimalismo pensato per l’efficacia del marketing. Ma questa omogeneità ha finito per generare una certa stanchezza. Un’uniformazione tipografica soprannominata «blanding», anglicismo nato dalla contrazione di «branding» e «blend» (mescolare).
Per i non anglofoni si può tradurre con l’affievolimento dell’universo visivo di un marchio rispetto al panorama grafico globale. Se il branding sottolinea la cifra personale di un marchio rispetto a un altro, il blanding mette in risalto la tendenza crescente dei brand a imitarsi a vicenda fino a diventare quasi identici, non alla virgola, ma alla tipografia, nel nostro caso. Tornare al logo originario di Dior significa quindi non solo riconnettersi con un’identità francese singolare, ma anche andare in controtendenza rispetto a un’epoca che ha appiattito il paesaggio visivo del lusso.
Non si tratta di un gesto puramente estetico. Nel mondo della moda, un logo non si limita a firmare un capo, ma racconta una visione. Heidi Slimane lo aveva ben compreso eliminando lo «Yves» da Saint Laurent nel 2012 o togliendo l’accento da Celine nel 2018, affermando ogni volta una nuova era. Daniel Lee ha compiuto lo stesso gesto resuscitando il cavaliere equestre di Burberry, mentre Olivier Rousteing ha introdotto un monogramma Balmain per modernizzarne l’eredità. Ogni trasformazione grafica ha il suo peso. In Dior, Jonathan Anderson non vuole cancellare tutto, ma al contrario, indicare che il futuro della maison si costruisce nella continuità della sua storia.
Il logo Dior dal 1948 al 2018.
Dior
Il logo Dior dal 2018 al 2025.
Dior
Reintrodurre il Cochin significa restituire corpo a un’identità. Questo carattere francese, obliquo e sottile, racconta qualcosa di autenticamente parigino. Laddove le lettere maiuscole avevano imposto una forma di neutralità internazionale, questa tipografia reintroduce respiro e personalità. Oggi il logo appare con discrezione, ricamato sul bordo di un maglione o sulla linguetta di una scarpa, come per affermare che Dior non ha bisogno di gridare il suo nome per essere riconosciuto. Un gesto con la modestia di un dettaglio ma l’impatto di un manifesto. Bisogna anche comprendere il contesto in cui ciò avviene. Il pendolo tipografico oscilla di nuovo verso i serif, quegli svolazzi aggiunti alle estremità dei caratteri. Ferragamo, Phoebe Philo e Burberry hanno già abbandonato i sans-serif standardizzati a favore di firme più distintive.
In un mercato saturo, in cui l’identità visiva diventa al tempo stesso strumento di differenziazione e veicolo di desiderio, Dior si unisce a questo movimento scegliendo una via che non è solo stilistica, ma profondamente coerente con il proprio patrimonio. Solo in apparenza questo ritorno al Cochin è un semplice omaggio al passato. In realtà, è l’esatto opposto: Jonathan Anderson, da affabulatore visivo, sceglie di usare le lettere come primo capitolo della propria scrittura in Dior. Un obliquo che non è nostalgia, ma un passo di lato. Il segno discreto che Dior, per rimanere eterno, deve sempre ricordarsi da dove viene.

