«Distruggeranno tutto. Non rimarrà più nulla di questa regione. Solo un’enorme infrastruttura, solo modi di muoversi da un posto all’altro. Ma nessun luogo dove andare». È una diagnosi inesorabile, tormentata, quella del Conte che sta per vedere abbattuta la sua villa storica per la costruzione di una nuova autostrada. È il Veneto che perde memoria di sé, della sua terra, distrutto e ricostruito senza posa, divorato dal cemento, è questo lo spazio in cui si muovono i protagonisti de Le città di pianura, che percorrono chilometri e chilometri per andare a bere l’ultimo bicchiere, per cercare un amico perduto, poi un tesoro, e per poi perdersi, continuamente, alla ricerca di una verità sulla vita che si può scoprire solo al bancone di un bar, o sulla tavola di un’osteria.
Il film è un piccolo gioiello, un road movie leggero e profondo che ha conquistato il festival di Cannes, dove è stato presentato a maggio, e che ora (dopo le proiezioni a Toronto, New York e Busan, in Corea), arriva al cinema, prima in Veneto e Friuli e dal 2 ottobre in tutta Italia.
«Stavo sviluppando da tempo l’idea di voler fare un film totale sul Veneto, sui suoi paesaggi, anche umani», racconta Francesco Sossai, il 36enne regista originario di Sedico, in provincia di Belluno. «Ho letto tanto, tanta letteratura veneta contemporanea, su tutti Vitaliano Trevisan, Francesco Maino, Romolo Bugaro. Ho pensato che mancasse un corrispettivo cinematografico di quel tipo di racconto e che fosse interessante provare a riempire questo vuoto».
Ma a differenza del pessimismo implacabile e opprimente di questi autori, specchio dei luoghi martoriati che descrivono, la via scelta da Sossai e dal suo co-sceneggiatore Adriano Candiago, è quella di susseguirsi di avventure in cui l’amaro coesiste con la dolcezza, dove si parte nel buio della notte e si arriva a una giornata luminosa. «Ci siamo rivolti alla commedia, che è uno strumento straordinario per analizzare il presente e per far esplodere le ipocrisie, anche del nostro tempo», spiega Sossai. Tra i riferimenti c’è ovviamente Il sorpasso di Dino Risi, oltre ad Amici miei di Monicelli e a Fantozzi di Luciano Salce, e poi i registi più politici, Elio Petri, Gianfranco Rosi, Marco Ferreri, «il mio regista preferito».

