In meno di 24 ore la nomina di Beatrice Venezi a Direttrice Musicale della Fenice spacca il teatro. Fioccano disdette e l’orchestra ha inviato una lettera formale al Sovrintendente (scarica) chiedendo la revoca immediata: il rapporto di fiducia è “irrimediabilmente compromesso”, la decisione presa in “palese contrasto” con le promesse fatte pubblicamente e con quanto riferito ai sindacati.
Una scelta calata dall’alto
Gli orchestrali denunciano di aver appreso la notizia solo dalla stampa. Il Sovrintendente aveva garantito che ogni scelta sarebbe stata sottoposta a un giudizio “sul merito e non politico”, ma la consultazione non c’è mai stata. Che il nome di Venezi fosse imposto “da Roma” era noto, ma non era mai stato presentato come candidato interno. E il presunto “progetto artistico” che avrebbe motivato la scelta? “Non è mai emersa alcuna linea chiara, coerente o condivisa” da quando il Sovrintendente si è insediato sei mesi fa.
Curriculum giudicato insufficiente
Il dissenso è professionale, non politico. Venezi non ha mai diretto un’opera né un concerto sinfonico in cartellone alla Fenice. Il suo curriculum è definito “non minimamente paragonabile” a quello delle grandi bacchette che hanno guidato il teatro. Non figura nei principali teatri d’opera internazionali né nei festival di rilievo. “Dove si manifesta il ‘talento internazionale’ che dovrebbe guidare la Fenice?”, chiedono i professori. Un giudizio che conferma le critiche già raccolte dal nostro giornale: la direttrice Silvia Massarelli aveva bollato Venezi come “inadeguata al ruolo”, priva di curriculum e di attitudine, forte solo delle “aderenze politiche”.
Danni immediati
A ventiquattr’ore dall’annuncio si registrano già molte disdette di abbonati storici. Una nomina che, secondo l’orchestra, non garantisce “né qualità artistica né prestigio internazionale” e che sacrifica la fiducia del pubblico. La denuncia si allarga al sistema: nomine imposte per ragioni politiche, a scapito del merito. Una “piaga per il settore”, una “dittatura culturale” che minaccia la reputazione della Fenice come di altre istituzioni sostenute da fondi pubblici. La richiesta di revoca diventa così un atto di resistenza: difendere il patrimonio del teatro da un’ingerenza che umilia la musica e la sua tradizione.
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