Poco prima di parlare con noi, Enrico Brizzi è impegnato nell’organizzazione di un altro cammino. È da poco rientrato dall’Indocina, ma come Nanni Moretti in Caro diario, sembra felice solo quando è in viaggio, anzi, nel tragitto tra un’isola che ha appena lasciato e un’altra da raggiungere. Capita, poi, che il suo percorso non sia soltanto fisico, ma si trasformi anche in avventura letteraria. Dal successo internazionale del suo romanzo d’esordio Jack Frusciante è uscito dal gruppo, si è finalmente arrivati, dopo 30 anni e decine di romanzi e racconti, al suo sequel: Due. Due come i protagonisti, Alex e Aidi, che ritroviamo di nuovo a distanza di tempo, cresciuti e cambiati. E parlare del libro diventa lo spunto non solo per raccontare luoghi e modi di viaggiare, ma anche per condividere alcune riflessioni sulla vita, che non va mai sprecata.
Sei tornato da un lungo viaggio in Indocina. Com’è andata?
«Sono un po’ di anni che, insieme alla mia compagna Sara, conosciuta in viaggio, abbiamo deciso di fare una “grande gita” all’anno. Due anni fa siamo stati in Messico, Yucatan e Belize, poi è stata la volta del Centro America, l’anno scorso in Sri Lanka, e quest’anno abbiamo deciso per Laos, Cambogia e Vietnam. Sono viaggi in cui ci spostiamo molto e dove camminiamo, perché è una passione che ci accomuna».
Il cammino ci salva?
«Per me sì. Passo le giornate immerso nelle parole, costruendo storie. Per cui nel momento in cui ho fatto il mio lavoro e consegno il materiale all’editore, sento il richiamo dell’analfabetismo dato dal cammino».
In che senso?
«Dopo che sei stato immerso per settimane intere all’interno di una storia, scervellandoti anche sulle sue sfumature più sottili, rimettersi in cammino è salvifico, perché ti consente di rinsavire e di connetterti con quello che c’è di più profondo».
Ci puoi fare un esempio concreto?
«Se dovessi percorrere la Via Francigena che da Canterbury porta a Roma, impiegheresti 80 giorni, proprio come i pellegrini medievali nell’anno Mille. Questo fa riflettere: siamo sempre schiavi delle notifiche del telefono, ma perdiamo la connessione con la nostra storia».
Da questa passione è nato anche il gruppo di escursionisti degli Psicoatleti, di cui fai parte e che ha dato il titolo a un tuo romanzo, in cui si viaggia con le gambe ma anche con la mente. Come funziona?
«Oltre ad andare in giro con lo zaino, c’è un’altra cosa che per me è importante ed è lo spazio della lettura. Il libro “guida” mentre sei in cammino è il giusto sottofondo del viaggio, che ti permette di poterlo apprezzare maggiormente e non ti fa scordare le pagine lette».
Ogni viaggio è un libro diverso: ne ricordi qualcuno in particolare?
«Dipende molto dalla meta. Faccio un esempio, se vai a camminare sull’altopiano di Asiago è difficile non pensare di leggere Mario Rigoni Stern. Altre volte invece è capitato di fare una traversata urbana di Parigi scegliendo i testi di poeti surrealisti e pittori di Montmartre o Montparnasse».
Se dovessi dare un consiglio a un viaggiatore neofita, che cosa gli diresti?
«Il consiglio più prezioso di tutti è di viaggiare leggeri. So che è difficile, anche perché il principiante nel preparare il bagaglio partirà dal presupposto di dover aver tutto e alla fine esagera. Ci sono passato anch’io, quando nel mio primo viaggio da Bologna al Mare Adriatico ho ben pensato di infilarci un’ascia. E poi ce ne sarebbe un altro se posso…».
Prego.
«Da padre di quattro figlie, credo sia giusto coinvolgere i ragazzi nell’organizzazione del viaggio, proprio perché insegna loro che il viaggio è qualcosa che si crea e non qualcosa che cade dal cielo».
Dal viaggio fisico a quello letterario. C’è un posto in particolare dove ti rifugi a scrivere?
«Mi è capitato di scrivere in un castello medievale a Pontremoli e nei locali affollati mentre la gente ballava. Il bello dello scrivere è che si tratta di un’attività che puoi fare ovunque. Il computer fisso del mio studio è a casa, ma quello che fa la differenza è lo stato d’animo, perché quando scrivo faccio silenzio intorno a me, dovunque mi trovi».
Due, il romanzo pubblicato nel 2024 da HarperCollins, è il sequel di Jack Frusciante è uscito dal gruppo
Sono passati 30 anni dall’uscita di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, il protagonista Alex era sempre inquieto. In questo sequel, Due, ha finalmente trovato un po’ di pace?
«Aidi è appena partita per gli Stati Uniti e il vecchio Alex decide di fare un interrail con due dei suoi amici più cari. Soffre, sente la mancanza di Adelaide e di Martino, che non c’è più. Le persone che abbiamo nel cuore ce le portiamo ovunque e un viaggio non può mai essere una fuga dalla realtà, anzi. E poi capisce una cosa fondamentale…».
Ce la puoi anticipare?
«Che mentre ti trovi in viaggio e fai esperienze, conosci meglio te stesso e le altre persone con cui sei partito».
Ma alla fine si torna sempre a casa. Hai un luogo della tua Bologna a cui sei particolarmente affezionato?
«Sicuramente il Colle di San Luca – il santuario che domina la città. Lo sento particolarmente intimo, perché è un luogo che si trova proprio sopra il quartiere dove sono cresciuto, Porta Saragozza. È un posto che puoi raggiungere a piedi dalla città, basta una passeggiata di appena mezz’ora e ti ritrovi in aperta campagna. Bologna è una città incredibile proprio per questo, perché mette insieme una straordinaria architettura urbana con la libertà dello spazio aperto».
Uno dei tuoi personaggi dice: “Un finale o lo vivi o lo scrivi”. Se dovessimo applicarlo ai viaggi, cosa significherebbe?
«Per quella che è la mia visione, i viaggi si fanno sempre tre volte. La prima quando li sogni, la seconda quando li effettui fisicamente, mentre la terza è nel ricordo. Quindi, il miglior consiglio sui viaggi? Farli. Più viaggi, più avrai ricordi. Un convincimento rafforzato dalle parole che mi disse mio zio Ulisse Brizzi».
Possiamo conoscere il suggerimento di zio Ulisse?
«Quando diventi anziano, ti restano in mente soltanto le cose che non hai fatto. Io ho girato tutto il mondo, ma l’unico rimorso che adesso mi è rimasto è l’aver rinunciato a un viaggio in barca a vela attraverso l’Oceano Atlantico con una ragazza romagnola. Morale della favola, quando hai voglia di fare qualcosa, fallo sempre, perché altrimenti ti resta il rimpianto».
E allora quale sarà il tuo prossimo viaggio?
«Sono molto affascinato dai paesi di cultura buddista, però mi piacerebbe visitare il Sud America o l’Etiopia, oppure tornare nei posti che ho già visto come il Madagascar o il Giappone, la lista è ancora lunga”.
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