MILANO – La rottamazione, cavallo di battaglia del vicepremier Matteo Salvini, sembra non piacere troppo al ministro dell’Economia. Almeno non il termine. Giorgetti preferisce parlare di “pace fiscale con chi vuole farla”, mentre chi ha altre intenzioni “deve aspettarsi un po’ di guerra”.
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“Chi non vuole la pace con il fisco si aspetti la guerra”
Prossima alla quinta edizione, la rottamazione delle cartelle esattoriali è una misura che permette a imprese e cittadini di regolarizzare debiti fiscali e contributivi. “Sicuramente è una richiesta che Salvini ha posto in termini significativi e pressanti”, spiega il ministro Giancarlo Giorgetti al festival di Open. “Ma il termine non mi piace: mi piacerebbe parlare di pace fiscale con chi vuole farla, chi non vuole deve aspettarsi un po’ di guerra”.
Per evitare che i contribuenti smettano di pagare dopo una o due rate, Giorgetti confessa che è allo studio “un metodo affinché il carico sia sostenibile e quindi le rate non diventino impossibili da mantenere” dopo le prime. “Dobbiamo dare la possibilità di sopravvivenza a chi ha questo problema, ma mettere anche una cesura netta verso chi non vuole la pace”.
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“Confido di portare risultati sull’Irpef”
Un’altra richiesta proveniente dall’altro vicepremier, Antonio Tajani, è inserire la riduzione delle aliquote Irpef già dalla prossima manovra finanziaria. “Confido di portare risultati”, perché in fondo “tutta questa disciplina contabile di finanza pubblica è finalizzata a ridurre il carico fiscale agli italiani, non ad aumentare la spesa a destra e a manca”.
Tuttavia ribatte: tagliare “le tasse lo chiedono tutti, se fosse per me le abolirei. Però non si può fare: il bilancio è fatto di entrate e uscite, un quadro complessivo in cui il governo ha degli obiettivi, io ho degli obiettivi e anche la responsabilità di tenere il sentiero” dei conti pubblici “in sicurezza”.
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“Troveremo un equilibrio senza scassare il bilancio”
Salvini e Tajani non sono di certo gli unici ad avanzare richieste a Via XX settembre in vista della manovra. “Ho una coalizione di volenterosi partiti che propongono un sacco di cose”, ribadisce Giorgetti. “Io sono il ministro dell’Economia e delle Finanze” e “insieme a Meloni e ai capi dei partiti troveremo un equilibrio giusto perché tutti siano accontentati ma senza che sia scassato il bilancio pubblico, perché questo non lo permetterò”.
L’esecutivo punta a riportare il deficit sotto il 3% già nel 2025, un anno prima della tabella Ue, per chiudere in anticipo la procedura per disavanzo eccessivo (per il ministro dell’Economia è un obiettivo “possibile”). E a contenere la spesa per interessi, alleggerita dalla discesa dei rendimenti e dal fatto che la Germania, tradizionale benchmark, sta attraversando una fase di difficoltà. “Possiamo fare le cose che se lo spread fosse rimasto a 250 punti non avremmo potuto fare, ma un tesoretto da spendere non c’è”, precisa Giorgetti.
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“Un pizzicotto alle banche, non uno sberlone”
Un ultimo capitolo riguarda le banche. Sul tavolo dei tecnici del governo che lavorano alla manovra è rispuntata l’idea di allungare il congelamento delle deduzioni delle Dta (imposte differite attive) fino al 2027, un anno in più rispetto al biennio interessato dalla misura approvata con l’ultima Finanziaria. In altre parole, le banche dovrebbero pagare più tasse adesso, meno nei prossimi anni.
“Visto quello che guadagnano non hanno motivo di essere preoccupate”, scherza il ministro. “Una volta ho parlato di un pizzicotto e qualcuno l’ha presa male, ma a casa mia i pizzicotti erano anche qualcosa di affettuoso, non esattamente uno sberlone”, come a voler insinuare che la misura non sarà troppo invasiva. “L’italia è un sistema: se c’è coerenza, coesione e cooperazione tra le varie istituzioni possiamo fare tante cose”, aggiunge, ricordando anche che se “lo standing del sistema bancario italiano è migliorato in questi anni è anche per merito del governo”.

