Cosa manca per affrontare il tema della maternità in modo diverso, la capacità culturale o la volontà politica?
«Faccio fatica a distinguere i due piani perché sono l’uno intrecciato all’altro, a prescindere anche dal fatto che al momento in Italia ci sia un governo di destra, perché è vero che stiamo assistendo alla radicalizzazione del pensiero maternalista, ma temi come gestazione per altri o aborto sono sempre stati affrontati con molta difficoltà anche dalla sinistra. Il motivo principale è che nella società resiste ancora questa idea inviolabile della maternità quasi sacralizzata, che è lo specchio di una cultura patriarcale che dura da millenni e che lascia nelle mani degli uomini l’impostazione dell’identità materna e le decisioni sui corpi femminili e sui loro diritti riproduttivi».
Lei ha spesso detto che chi non fa figli sa bene perché, mentre chi li fa non sempre. Cosa intende?
«Chi non diventa madre il più delle volte se lo chiede il perché, anche solo a causa delle continue pressioni della società che le dice che dovrebbe. Quindi che sia una scelta o una condizione involontaria, nella sua testa è ben chiara. Non sempre però chi decide di mettere al mondo un bambino ha la stessa consapevolezza perché nella nostra società diventare genitori molto spesso è visto come una tappa naturale: scuola, lavoro, matrimonio e figli. Succede perché deve succedere ma questa inconsapevolezza può diventare pericolosa, per le madri ma anche per i bambini che nascono».
A chi decide di non diventare madre spesso si dice “un giorno te ne pentirai”, un appunto che non viene quasi mai fatto, o non così frequentemente, per altre questioni, perché?
«Sempre per lo stesso motivo: la maternità definisce le donne come persone e tutto ciò che accade attorno a questo tema deve necessariamente avere delle implicazioni. Nella mia newsletter Rompete le uova ho affrontato spesso l’argomento per raccontare, supportata dai molti commenti ricevuti, come le scelte di non avere figli o di averli possano entrambe aprire a un pentimento, che è un sentimento che fa parte della vita e può riguardare ogni ambito ma quando investe la maternità lo si carica di gravità e lo si concepisce solo per chi non è diventata madre, e mai per chi lo è».
Come si può cambiare il modo di parlare, e quindi di inquadrare, la maternità?
«Innanzitutto parlandone, soprattutto tra di noi. Agli eventi a cui partecipo spesso mi sono trovata ad ascoltare donne che mi raccontavano cose che non erano riuscite a tirare fuori con nessuno perché in me vedevano una persona che ha smantellato i giudizi morali e valoriali rispetto alle scelte o condizioni riproduttive o post riproduttive altrui. È un enorme problema però che le donne scelgano di confidarsi con una sconosciuta e non con le amiche, con la madre o con il partner per paura del giudizio. Per questo sostengo che fare rete e aprirsi tra di noi possa aiutare a far cadere molti tabù, a decostruire il mito del materno e non far più sentire sola nessuna, a prescindere dalla propria esperienza di maternità o non maternità».

