Erika Mineo, in arte Amara, è molto più di una cantautrice: è un’esploratrice dell’anima e della terra, viaggi che mette in musica e, qualche volta, trasforma perfino in poesia. Simone Cristicchi, suo compagno di vita, l’ha scelta per cantare La cura di Battiato in un duetto da brividi sul palco dell’ultimo Sanremo, ma lei da sempre scrive canzoni per sé e per personaggi come Fiorella Mannoia, Elodie, Emma Marrone. Di recente ha anche firmato un suo libro, La certezza di essere viva (Baldini+Castoldi), una raccolta di pensieri e suggestioni che, come i suoi viaggi, spostamenti lenti tra natura e umanità, raccontano tutto il suo amore per il mondo.
Il suo nome d’arte significa “eterna” in sanscrito e riflette perfettamente la sua filosofia di vita: una ricerca continua dell’essenza attraverso l’esperienza diretta del mondo. Dalle campagne dell’infanzia in Toscana ai viaggi in Africa, dalla vita in camper alla solitudine creativa in una tenuta dell’Agro Pontino: di questi luoghi si nutre tutta la la sua ispirazione. Ma partiamo dall’inizio.
Ti piace viaggiare?
«Tantissimo. Non ho ancora viaggiato quanto avrei voluto, ma sono stata in Etiopia due volte con l’associazione Progetto Etiopia Onlus di Lanciano, che laggiù costruisce scuole e pozzi, ed è stata un’esperienza che mi ha dato tanto. Non abbiamo fatto turismo, ma siamo riusciti ad aiutare concretamente una comunità».
Che cosa ti ha colpita dell’Etiopia?
«Addis Abeba è una città letteralmente spaccata in due, tra chi sta benissimo e chi resiste nella povertà assoluta. I ragazzini vivono di elemosina e per andare avanti si fanno di colla, una droga molto potente. Una volta addentrati all’interno, a Mekane Selam, dopo ore e ore trascorse ad attraversare la natura selvaggia, vedi i primi villaggi. La gente qui non ha le risorse essenziali, ma una incredibile gioia di vivere e una dignità che esprimono anche nella postura. C’è una grande cooperazione dentro le comunità: gli uomini lavorano nei campi, i ragazzi fanno i pastori, le bambine vanno a raccogliere l’acqua, le donne restano nel villaggio e curano l’orto mentre i fratellini più grandi si occupano di quelli piccoli».
Che cosa ti ha ispirato questo viaggio?
«C’è una canzone che si chiama La terra è il pane, praticamente la canzone centrale di questo progetto che ho iniziato nel 2015. Sono andata lì con l’intenzione di farne anche un documentario, poi per problemi tecnici non ci sono riuscita. Ma l’Africa mi ha insegnato tanto della relazione tra uomo e terra, mi ha trasmesso il rispetto e la gratitudine verso il pianeta».
Amara è andata due volte in Etiopia con l’associazione Progetto Etiopia onlus (Foto Alessandro Rabboni)
Sei nata a Prato ma hai vissuto in molti luoghi. C’è un posto che consideri casa?
«Campo di Carne, ad Aprilia, nell’Agro Pontino. Ho vissuto lì gli ultimi cinque anni, in una tenuta della famiglia Bulgari-Calissoni. C’era una casetta bellissima, in stile spagnolo, di cui ero l’unica abitante. Mi svegliavo e camminavo in mezzo a 11 mila ulivi, in un parco immenso costellato di chiome d’argento dove c’erano anche un lago artificiale e una collinetta che chiamavano l’altare. Era come un ventre materno. Lì ho visto i tramonti più belli della mia vita. Mi sedevo là fuori con la chitarra e i miei quaderni e componevo, scrivevo. Quello è stato un luogo di rinascita totale».
Sembra un posto fatato.
«Lo è. Lì ho lavorato su quella parte ferita che abbiamo tutti dentro, soprattutto sul femminile. Ho capito che dovevo riempire i vuoti con me stessa, non con gli altri. È stata una scoperta potente. Dipingevo anche, perché era come un grande museo, un laboratorio: avevo la stanza della musica, l’angolo pittura, tutti i miei libri, il mio giardino. La terra è potente, quando la sai ascoltare».
Il tuo rapporto con la natura è sempre stato così profondo?
«I miei genitori erano amanti del campeggio, quindi ho sempre vissuto tra prati e mare. Da quando avevo un mese fino ai 24 anni andavamo a Torre del Lago, in Toscana, e lì ho fatto praticamente tutto: ho iniziato a camminare sui sassolini, visto che vivevo 24 ore su 24 al mare. Poi, mio nonno in Puglia aveva muli e galline e io mi arrampicavo sugli alberi di ciliegie, quando lo andavamo a trovare. Ho sempre avuto una relazione pazzesca con la terra».
E le città?
«Oggi sento forte le frequenze nell’aria, in città: dove c’è stress, frenesia, tu vai e ti senti contaminato. Palazzoni alti, macchine, clacson, gente, autobus e smog, oggi subisco la città. A 19 anni invece ho vissuto a Manchester qualche mese: ero andata lì per imparare l’inglese, ma non ci sono riuscita granché».
Come mai?
«Forse è stato il trauma della scuola. Alle medie e alle superiori ho incontrato insegnanti sbagliati. Ma forse è stata anche colpa mia perché avevo una personalità che, per difesa, era diventata troppo forte e, questo, mi creava scontri assurdi».
La copertina di “La certezza di essere viva”, il libro di Amara uscito quest’anno per Baldini+Castoldi, una raccolta di pensieri, versi e suggestioni dell’artista.
Quali sono stati i tuoi viaggi più recenti?
«Adoro la vita gitana: se hai una casa mobile, puoi decidere dove fermarti, dove dormire, guardare il tramonto, svegliarti all’alba, fare il bagno alle 5 e mezza del mattino quando ancora non c’è nessuno. Il profumo di quando vivi per strada e nella natura è inebriante. L’anno scorso ho fatto un viaggio bellissimo in Sardegna, mentre concludevo il mio libro La certezza di essere viva».
Dove sei stata di preciso?
«A Cala Gonone ed è pazzesca: sembra un paesaggio lunare marziano, vedi rocce di granito e sorgenti che creano piscine di acqua cristallina. Poi c’è la Valle della Luna, dove ha vissuto una comunità hippie fino al 2021. Bellissima. Siamo partiti dalle scogliere opposte, abbiamo scalato montagne e trovato i loro rifugi abbandonati, i posti dove dormivano. E lì abbiamo acceso il fuoco. Meraviglioso».
Il camper sembra essere il tuo mezzo di trasporto ideale…
«Sì, nel tempo ho provato diversi modelli per capire quello più adatto a me e ho concluso che i furgoni camperizzati sono i migliori perché ti permettono di muoverti in maniera più agile. Ne sto cercando uno con i pannelli solari. Il bello del camper è che ritrovi la relazione con la terra e molli tutte le comodità urbane. È una gran bella liberazione».
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