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    Home»Economia»Dalla Terza Italia al secondo Mezzogiorno
    Economia

    Dalla Terza Italia al secondo Mezzogiorno

    admin5698By admin569817 Settembre 2025Nessun commento4 Minuti di lettura
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    vai alla homepage de Il Sole 24 Ore
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    Ascolta la versione audio dell’articolo

    Mentre si riapre il dibattito su efficienza e governance delle regioni in vista delle prossime tornate elettorali, non è stato colto nella sua importanza un passaggio avvenuto nelle scorse settimane: l’estensione a Marche e Umbria della zona economica speciale finora riservata al Sud, la Zes unica. Quando Giorgia Meloni ha dato l’annuncio ci sono state alcune polemiche, legate all’imminente voto marchigiano. Tuttavia, i presidenti delle due regioni – compresa l’umbra Stefania Proietti, figura emergente del centrosinistra – hanno accolto positivamente la novità, prevedendo più investimenti e nuova occupazione. Al di là delle reazioni immediate, serve una lettura di lungo periodo per comprenderne la reale portata.

    Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Italia era articolata in tre grandi aree: il Nord-Ovest, ossia il triangolo industriale; il Nord-Est e Centro, un gradino più in basso; e il Sud, caratterizzato da forte ritardo nello sviluppo e destinatario di politiche specifiche. Negli anni Cinquanta e Sessanta vi fu un ventennio di avvicinamento: sia del Nord-Est e Centro al Nord-Ovest, sia del Mezzogiorno al resto del Paese. I profondi mutamenti degli anni Settanta – fine dei cambi fissi, crisi energetica, declino della grande industria fordista – interruppero quel processo e il Sud si fermò. Ma il Nord-Est e parte del Centro continuarono a convergere e s’iniziò a parlare di “Terza Italia”, indicando con questo termine il Triveneto e alcune regioni centrali come Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Umbria. Fino a tutti gli anni Novanta tale area registrò un’espansione di Pil e occupazione superiore alla media nazionale, portando l’Italia a essere divisa in due blocchi: da una parte il Nord-Centro, competitivo e vicino agli standard europei più avanzati, dall’altra il Sud ancora distante.

    Dopo il 2000 la situazione si è radicalmente trasformata. L’Umbria ha visto crollare il proprio Pil pro capite: dal 121% della media UE nel 2000 all’83% nel 2020. Le Marche, nello stesso periodo, sono scese da 116 a 89%. Il tessuto manifatturiero delle due regioni, formato da piccole e medie imprese distrettuali un tempo capace di adattarsi alle sfide globali, non è riuscito a reggere la rivoluzione digitale. La ridotta dimensione aziendale, il radicamento in settori tradizionali, una governance spesso inadeguata e la debolezza del modello learning by doing hanno eroso la competitività. Secondo l’economista Donato Iacobucci anche le politiche industriali regionali hanno inciso negativamente. È alla luce di questa performance che oggi Umbria e Marche entrano nella Zes unica insieme a tutte le regioni meridionali. Un cambiamento di rilievo, che attesta come territori un tempo parte della Terza Italia siano ormai assimilabili a un “secondo Mezzogiorno”, come ha osservato Luca Bianchi, direttore della Svimez. Nel frattempo, Lazio e Toscana registrano da anni performance sostanzialmente allineate a quelle del Nord, certificando la disarticolazione del Centro Italia.

    Abbiamo un Paese diviso in due: dieci regioni con un Pil superiore alla media UE, dieci al di sotto. La questione dei divari regionali torna così con forza, imponendo una riflessione sulle politiche territoriali. Su queste pagine Floriana Cerniglia ha sottolineato l’esigenza di ripensare il regionalismo, vista la sentenza della Consulta sull’autonomia differenziata e il mutato scenario internazionale rispetto a quando fu riformato il Titolo V della costituzione. Isaia Sales ha denunciato sul «Fatto quotidiano» come le regioni ostacolino l’efficienza amministrativa e favoriscano una rifeudalizzazione della politica, in particolare al Sud. L’ampliamento della Zes è un motivo in più per riflettere su quale modello istituzionale possa garantire sviluppo e coesione.

    Per certo, il manifestarsi di una nuova questione territoriale – che si aggiunge a quella meridionale – non è solo un tema economico ma culturale e civile. Centocinquant’anni fa le Lettere meridionali di Pasquale Villari accesero il dibattito sulla questione del Sud, poi alimentato dall’impegno di molti intellettuali. Quale riflessione accompagnerà la nascita di questo secondo Mezzogiorno? Ci sarà un’analoga tensione morale e politica per sostenerlo? È una sfida cruciale per l’Italia se, pur divisa in due, vuole restare una nazione.

    Dalla Italia mezzogiorno secondo terza
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