È cresciuta con il pallone fra le mani. «Non sapevo neanche camminare ancora. Mia madre mi portava in palestra perché lei era allenatrice, oltre che giocatrice. Mi ha trasmesso passione, dedizione e costanza. Sono sempre andata in palestra per la gioia di allenarmi anche quando, da adolescente, mi sono trasferita in Lombardia: andavo a scuola, tornavo, facevo pesi, allenamento, studiavo e ripartiva la giornata. Così per cinque anni». Il talento si è visto subito. «Ero sempre quella fuori età, giocavo con le più grandi, dovevano chiedere permessi perché ero piccola per accedere all’Under 13 o all’Under 14. Ho sempre bruciato le tappe. A dieci anni mi avevano già chiamato quattro società diverse fuori dalla Sardegna. Non è mai esistito un piano B per me».
Si dice testarda, «è come se tu picchiassi su una pietra, sono sarda», e solare. A sentirle parlare di tacchi portati dall’alto del suo quasi metro e ottanta e di quando da adolescente aveva qualche chilo in più, si vede chiara la grande fiducia in sé. «Mi sono sempre detta che tanto non posso piacere a tutti, l’importante è piacere a me stessa». Chissà se in questo è contato, negli ultimi anni, anche il lavoro di Julio Velasco, l’allenatore argentino del primo mondiale al maschile, 1990, giunto da meno di due anni fa alla guida della nazionale portandola a vincere Olimpiade, Mondiale e due Volley Nations League. «È riuscito a mettere serenità nel gruppo. Abbiamo lavorato sull’autostima di ognuna: è una figura che si sente, anche se non parla, lo senti che è lì. Ci ha detto: “Ragazze preparatevi perché quest’estate non sarà come l’anno scorso, non immaginatevi una cosa del genere, altrimenti andiamo a picco, immaginatevi che a ogni partita c’è da combattere e voi dovete essere pronte per farlo, questo è stato un po’ il mantra del nostro mondiale». A Parigi la parola d’ordine era “Qui e ora”, a Bangkok due palloni hanno fatto la differenza, nella finale con la Turchia. «Siamo una squadra che combatte e, anche quando sembriamo perse, alla fine risorgiamo. Questo l’ha sempre detto».
«Quando mi hanno detto che sarei stata l’MVP (miglior giocatrice del torneo ndr) a fine partita, non ci volevo credere. Non mi interessano molto i premi individuali. La mia gioia era per la vittoria di squadra. Da due giorni mi ripetevo che finiva l’estate, finiva la nazionale, si tornava a casa dopo mesi insieme 24 ore su 24. Questo è stato il primo pensiero, quello della conclusione, e poi ho pensato che ce l’avevamo fatta nonostante i mille problemi che abbiamo avuto».

