Il premier israeliano ha sfruttato bene l’occasione diplomatica: la visita di Rubio coincideva anche con il quinto anniversario degli accordi di Abramo, il grande impegno diplomatico della prima amministrazione Trump, siglati nel 2020.
Dovevano normalizzare i rapporti tra Israele e il resto del Medio Oriente, in particolare con l’Arabia Saudita, hanno innescato una serie di effetti collaterali che hanno portato al massacro del 7 ottobre 2023: l’Iran si è visto isolato e ha intensificato il supporto ai gruppi terroristici nella regione – da Hamas a Hezbollah agli Houthi – per destabilizzare Israele e impedire il riavvicinamento ai rivali regionali dell’Arabia saudita.
Oggi Netanyahu si presenta come il risoluto attuatore di quella visione geopolitica che Trump non ha avuto la forza di imporre da solo: «Rimodelleremo il volto del Medio Oriente», ha detto in una conferenza stampa.
«Con l’incredibile aiuto del presidente Trump», Israele ha colpito il programma nucleare iraniano e si è mosso in tutta la regione per distruggere minacce, indebolire potenziali rivali, creare una serie di zone cuscinetto sotto controllo militare per assicurarsi una nuova sicurezza. Israele ha persino ottenuto la fine, imminente, della presenza Onu in Libano: Netanyahu preferisce le bombe ai caschi blu per tenere sotto controllo i vicini.
Terza ragione del tempismo: Netanyahu vuole mettere il mondo davanti al fatto compiuto. Mentre l’Unione europea discute di sanzioni ai ministri del suo governo e mentre le manifestazioni contro il suo governo si moltiplicano – vedi le navi della società civile della Global Sumud Flotilla – il premier segue la strategia tipica delle occupazioni israeliane: muoversi in fretta, anche in modo illegale, per creare una situazione irreversibile.
La pressione internazionale sta crescendo: la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha detto che chiederà sanzioni contro i ministri israeliani – sanzioni che saranno bocciate dai governi nel Consiglio europeo – e la sospensione di parte degli accordi di cooperazione.
Attori, intellettuali, società civile, dalla Spagna a Hollywood, chiedono ai governi di fare qualcosa. Per questo Netanyahu ha urgenza di dimostrare che nulla si può fare, che la presenza di Israele nella Striscia è irreversibile.
Dopo che Gaza City sarà occupata dalle truppe israeliane, il dibattito si sposterà: non si discuterà più sulla legittimità dell’iniziativa, ma su come limitare i danni. E questa, per Netanyahu, sarà già una vittoria.

